Cure palliative: Comunicazione

  

   

   

Ascoltare il dolore

                                                    

                                                       ESTRATTO da:
Carlo Donadel, Ascoltare il dolore, in Gian Antonio dei Tos, Il dolore possibile,
                        Edizioni Messaggero, Padova, 2011, pp. 220-223,
                                   per gentile concessione dell’editore

   

   

   

Dalla parte di chi si sta male

   

   

Dalla parte di chi sta male

L’altro 

Ma c’è di più: lo “star male” che spinge verso l’altro è spesso contrassegnato da un bisogno fondamentale di affidamento e di rassicurazione. Spinge all’apertura fiduciosa verso l’altro, verso colui che si prende cura. Ma a un tempo esige a ogni passo segni che aiutino a contenere ansie e timori e che aiutino a mantenere fiducia.

Questo bisogno produce una speciale sensibilità per i dettagli e affina la percezione fino a far diventare decisive le sfumature della comunicazione.

Le espressioni del volto e corporee dell’altro (soprattutto se l’”altro” è un medico che cura) diventano particolarmente rivelative: ci sono infatti silenzi che urlano, ci sono parole che detengono un potere infinitamente grande. Piccole sfumature possono tranquillizzare, inezie possono gettare nello sconforto. Le parole “possono cucire o possono tagliare”.

La fragilità o meglio la vulnerabilità di chi sta male conferisce un enorme potere a chi ha a responsabilità di gestire le attività di cura. Per questo chi ha il compito dell’assistere o del curare ha anche il dovere di fare un uso non solo tecnicamente corretto della comunicazione, ma anche e soprattutto etico, responsabile e umano.

L’interiorità 

Il modo poi di vivere la sofferenza, e particolarmente quella emblematicamente rappresentata dalla condizione della malattia, disvela i paesaggi dell’interiorità più profonda degli uomini e delle donne. Da sempre.

All’affiorare della dimensione dell’interiorità gli eventi non solo accadono ma risuonano dentro la nostra esistenza, portano con sé tracce di significatività, chiedono comprensione. Sono riferiti come a un “centro” da cui si dipanano elementi di senso. Di qui l’impasto vitale di emozioni e significati che si producono dentro la sofferenza, che fanno prendere corpo a quella dimensione che potremmo definire della “profondità”. [...]

 

Dalla parte di chi si prende cura

Coinvolti come uomini

L’operatore sanitario (medico, infermiere, professionista dell’aiuto in genere) si trova a essere il primo bersaglio dei sentimenti potenti che investono la persona che sta male e talora la risposta è tutt’altro che facilmente gestibile.

La persona che sta male è spesso impaurita e nell’angoscia, il suo bisogno di sperare in un aiuto risolutore è amplificato, lo stesso bisogno che diventa decisivo nel determinare le disillusioni che bruciano maggiormente.

La comprensione del dolore altrui mette perciò anche l’operatore a nudo di fronte a se stesso e alla sua esistenza. Arrivare alla comprensione dell’altro è presupporre un processo di apprendimento su se stessi che talvolta solo l’esperienza di vita può far conseguire. E si consegue solo con la comprensione che può venire dalla propria situazione di medici, di operatori sanitari, di professionisti dell’aiuto: di uomini. Ancora una volta significa prendere contatto con la risonanza interna che gli eventi esterni producono, coglierne i significati profondi, l’intensità emotiva che li accompagna.

Non è l’apprendimento di modalità di risposta o di comportamento, è piuttosto la scoperta della risposta che si produce già nella propria interiorità che può fare la differenza. Quando la routine del rapporto con l’altro perde il suo carattere di ovvietà e di banalità e produce eventi densi di significato, è allora che si dà la comprensione. E’ la possibilità di praticare tutti gli interrogativi che nasce però dentro l’alveo della propria memoria e degli orizzonti di significato che ciascuno ha per sé.

Insomma comprensione della situazione esistenziale altrui e della propria sono due eventi in stretta correlazione tra loro: difficilmente comprende il vissuto altrui chi non ha allenato la propria interiorità.

Questo aspetto è precisamente ciò che rende difficile la relazione con chi sta male e a un tempo è occasione per far assumere proporzioni di umanità alla relazione di cura e in definitiva alla propria esistenza. 

La tentazione della fuga

Probabilmente la risposta istintiva che viene prodotta di fronte alla persona che sta male è quella di filtrare proprio quegli aspetti per cui l’operatore si sente bersagliato e di rifugiarsi solo sugli aspetti esclusivamente tecnici, su quelli di tipo biomedico, con il rischio di trascurare aspetti decisivi sia del vissuto di chi sta male sia del proprio. 

Ci si prende cura non di un corpo ma di una storia

Ma la realtà delle cose porta a un esito completamente divergente: non è in gioco il funzionamento di un corpo, ma il percorso di una storia personale. Non ci si prende cura di un corpo, ma di una storia.

Pertanto incoraggiare chi sta male a parlare di sé non corrisponde nel modo più assoluto a “perdere tempo” bensì significa realizzare un primo decisivo passo verso la cura.

Potremmo altresì affermare che comunicare meglio, ascoltare meglio è già curare; anche per un aspetto su cui ci fa riflettere Gadamer: quando una persona che sta male racconta di sé non trasmette solo delle informazioni, ma esprime una capacità “performativa”. Non restituisce dunque soltanto una visione e insieme a essa i significati che vengono attribuiti a una certa esperienza, ma in qualche modo tale esperienza viene così “costruita” come realtà autentica.

La dimensione simbolica umana ha un potere straordinario: è una facoltà a forte valore creativo con un’influenza decisiva sulla gestione delle situazioni di sofferenza.

Sulla stessa linea c’è chi sostiene che l’uomo potrebbe sopportare quasi tutto se sostenuto da un’adeguata motivazione. E’ anche in questa prospettiva che l’attitudine all’ascolto, e più ancora all’ascolto empatico, risulta fondamentale.

   

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