Cure palliative: Spiritualità

 

  

 " Credi tu questo?": la vita dopo la morte

 

 Pier Giorgio Lupi

 

 

 

 

Il Signore Gesù, vero uomo come noi, condividendo la nostra misera natura umana, pianse l’amico Lazzaro. Emerge la profonda umanità di Cristo. Lui, uomo tra gli uomini, chiama la Chiesa (cioè tutti noi) ad essere veramente esperta di umanità, secondo la brillante intuizione del papa Paolo VI. Se è vero che da ogni pietra sepolcrale nasce sempre un’obiezione contro Dio a causa dell’enigma più enigmatico che è la morte, quanti vivono nel dramma devono poter trovare parole, gesti, sentimenti e riferimenti capaci di aprire un varco dentro l’inedito e impraticabile spazio della morte.
 
Gesù, il Signore della vita, richiamò Lazzaro dal sepolcro al soffio potente del suo spirito. Qui l’umanità è intimamente congiunta alla divinità di Cristo. Proprio in questa prospettiva si gioca l’efficacia dei cristiani nel mondo e la credibilità degli annunci che si fanno. Il cristiano, come il Signore Gesù, deve saper dire: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. Il Cristianesimo, infatti, non è la teorizzazione della sofferenza, bensì il lieto messaggio dentro un tempo esuberante di speranze dal fiato corto, incapaci di riaccendere il gusto dell’inedito e il desiderio di una pienezza oltre ogni limite quotidiano.
 
Consideriamo l’incontro di Gesù con una famiglia amica che piange un morto, e con la morte di un suo caro amico, Lazzaro. La narrazione mira a condurre gli interlocutori alla fede in Gesù che ci fa passare dalla morte alla vita incorporandoci a sé nell’amore. Egli lega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: “Io sono la Risurrezione e la Vita” (Gv 11, 25). C’è sempre stata molta resistenza ad accettare questa verità. S. Agostino afferma: “In nessun altro argomento la fede cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne”.
 
In situazioni del genere, Gesù sorprende con atteggiamenti strani, perché abbiamo bisogno di cambiare i nostri modi abituali di pensare. Le due sorelle Marta e Maria gli fanno sapere: “Signore, colui che ami è malato”. Ma Gesù non va subito a trovarlo, anzi osa dire ai suoi discepoli che Lazzaro è addormentato. I discepoli, e noi, devono capire che malattia e morte non sono segno dell’abbandono di Dio, ma proprio questa morte mette in luce un piano più alto di Dio, che è colui che guarisce, liberando definitivamente dalla schiavitù della morte. Gesù vuole che si guardi oltre la morte là dove - per la potenza dell’amore di Dio - essa può essere chiamata estrema verità: “sonno”.
 
Proprio sul problema della risurrezione passa il confine netto tra fede e incredulità. In che cosa credo? In un’esistenza umana pensata come proiezione dei nostri limiti alla luce del limite insuperabile della morte, oppure nell’esistenza offerta da Gesù come proiezione della sua stessa esistenza umana, che abita “corporalmente” la vita eterna di Dio, la cui misura è senza limiti.
 
La domanda inevitabile rivolta a Maria, e a tutti noi, è: “Credi tu questo?”. Ognuno di noi è interpellato. “…Se credi, vedrai la gloria di Dio”, la gloria di Dio manifestata proprio nel cuore stesso della morte! E’ questo il paradosso cristiano, la sua novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Gesù ha assunto la nostra morte, e noi siamo stati liberati da questo Dio crocifisso.
 
La vita ridonata a Lazzaro annuncia che è sempre possibile, anche per noi, fare l’esperienza autentica e insostituibile della potenza di Dio. Fino alla fine il cuore degli uomini conoscerà il dolore, il turbamento, lo strazio della separazione e il pianto. (Anche Gesù, quando vide piangere Maria e gli altri convenuti alla tomba, “fremette nello spirito… e scoppiò a piangere”). Ma poi si squarcerà la gloria del terzo giorno, la gloria della risurrezione.
 
 

  MENU