Ricerca scientifica

 

 

Curare il tumore con i diamanti

 

  

Alcuni tumori umani non rispondono alle cure di chemioterapia. Tra i meccanismi d’azione dei farmaci chemioterapici vi è quello di causare dei danni al DNA cellulare in modo da indurre le cellule a morire. I meccanismi alla base della resistenza ai farmaci chemioterapici sono svariati, tra questi l’espulsione del farmaco da parte della cellula fuori di essa, riducendone l’azione. Molti sforzi nel campo della ricerca scientifica si fanno per cercare di superare questo limite terapeutico. In particolare nel campo della nanomedicina si studiano nanoparticelle in grado di fungere da “veicoli” del farmaco all’interno delle cellule tumorali, in modo mirato, e di farlo rimanere all’interno delle stesse il tempo necessario a svolgere la sua azione.

In uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine a marzo 2011 da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di San Francisco (Chow et al Sci Transl Med 2011 3(73): 73ra21) si sono utilizzati piccolissimi diamanti (2-8 nanometri, “nanodiamanti”) come “veicoli” della doxorubicina (un farmaco chemioterapico usato per curare molti tumori umani), aumentandone l’efficacia terapeutica, rispetto all’uso della sola doxorubicina, in topolini in cui erano stati riprodotti tumori del fegato o della mammella. Si è osservata un’azione di contrasto verso l’espulsione del farmaco fuori dalle cellule, che quindi raggiungeva dei livelli intracellulari 10 volte più elevati, rimanendovi inoltre più a lungo; questo si è tradotto nell’aumento della morte cellulare e l’inibizione della crescita del tumore. Si tratta di un importante risultato che va nella direzione del superamento della farmaco-resistenza, mostrata da parte di alcuni tumori, e della riduzione delle dosi del farmaco, al fine di ridurne la tossicità.

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