Cure palliative: Processo del morire

 

 

La dignità del morire

 

Massimo Petrini

  

  

Morire con dignità significa per la persona malata nella fase terminale della malattia  il diritto ad una assistenza olistica e rispettosa della persona umana che risponda certamente ai bisogni assistenziali della sua dimensione bio-fisica, ma anche a quelli delle dimensioni psicologiche e spirituali.

Parlare degli aspetti di questa assistenza significa primariamente evocare tre principi:

Il primo che il paziente nella fase terminale della malattia è una persona che deve essere aiutata ad affrontare un momento drammatico della sua vita, nella convinzione che la vita umana conserva integralmente il suo valore anche quando le condizioni fisiche tendono a deteriorarsi,

Il  secondo principio è la formazione professionale degli operatori sanitari. Le facoltà mediche e i corsi di laurea in scienze infermieristiche (ma questo vale anche per le altre scuole per operatori professionali destinati ad operare in ambito sanitario) danno ancora oggi limitata importanza alla necessità di preparare i loro studenti ad un lavoro assistenziale a contatto quotidiano con la sofferenza umana e la morte,

Il terzo principio è che le stesse cure assistenziali e terapeutiche possono presentare degli aspetti ambivalenti. Ma, occorre ricordare, che già la domanda delle scienza medica e infermieristica di fronte alla morte rimane segnata anch’essa dal limite

Il momento della morte ontologica sfugge alla scienza. Il medico può constatare – ma constatare post eventum – la morte attraverso dei parametri indiretti, anche quando gli strumenti sono dotati di estrema precisione e anche quando questi vanno a rilevare la cessazione del  battito cardiaco o l’assenza di onde elettroencefalografiche o l’arresto del flusso cerebrale. La medicina è chiamata a rispettare la morte, oltre a constatarla, astenendosi da atti anticipatori da accanimento ingiustificato, proprio perché la morte è momento solenne e profondo della persona, che compie la sua esperienza terrena e si rivolge ormai al momento intramontabile della trascendenza e dell’eternità.

Proprio per cercare di delineare le condizioni di una tale assistenza, si è elaborata una carta per i malati terminali curata da un vasto movimento europeo interprofessionale e presentata al Congresso di Cure Palliative che si è svolto a Palermo dal 2 al 5 aprile 2001,  che prevede appunto il rispetto di esigenze fondamentali attraverso l’elaborazione di dodici diritti:

1. Essere considerato persona fino alla morte
2. Essere informato se lo desidera, sulle sue condizioni
3. Non essere ingannato e ricevere risposte veritiere
4. Partecipare alle decisioni che lo riguardano e rispetto della sua volontà
5. Trattamenti che lo sollevino dal dolore e dalla sofferenza
6. Ricevere cure e assistenza continue nell’ambiente desiderato
7. Non subire trattamenti che prolunghino l’attesa della morte
8. Esprimere le proprie emozioni
9. Ricevere un aiuto psicologico e un  conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede
10. Avere vicino i propri cari
11. Non morire nell’isolamento e nella solitudine
12. Morire in pace e con dignità.

Questa dignità del morire è allora il vero obiettivo terapeutico nell’ambito dell’assistenza al malato nella fase terminale della malattia, una fase che vedrà un progressivo e inarrestabile declino delle funzioni fisiologiche.

L’attuale preparazione professionale del medico e degli operatori sanitari sembra dedicare esclusiva attenzione proprio a queste funzioni fisiologiche. E’ questa preparazione che può far assolutizzare l’espressione “si diagnostica per guarire, si cura per guarire” al di fuori dell’obiettivo terapeutico professionale. Di qui la necessità di chiarire il concetto di guarigione.

Infatti se guarire significa il totale recupero delle forze fisiche, è evidente che in questa prospettiva non si può allora parlare di guarigione per le persone anziane, per quelle affette da malattie croniche o a prognosi infausta, per quelle alle quali la guarigione impone mutilazioni: di fatto la stragrande maggioranza dei pazienti.

Occorre porsi di fronte alla guarigione in una prospettiva più ampia di quella biofisica. Così per guarigione non si deve intendere solo il recupero fisico, ma quando questo non è più possibile, per guarigione si deve intendere anche la pacificazione psicologica,, la forza interiore, il coraggio, la forza morale e spirituale, la capacità di non andare alla deriva, anche se il corpo si sgretola.

Anche per il malato nella fase terminale della malattia, allora, si può parlare, almeno in senso lato, di guarigione. Sarà “guarito” se riuscirà ad affrontare con coraggio e con dignità l’ultimo atto della sua vita terrena. Lo potrà essere, se l’assistenza, nel senso più ampio della parola, lo avrà curato nel suo morire.

Anche se non sempre questo obiettivo potrà essere integralmente perseguito (si può morire anche nella disperazione), questa guarigione può costituire un obiettivo terapeutico sempre presente in tutte le situazioni assistenziali.