Cure palliative: Etica

 

 

Eutanasia e cure palliative

 

Corrado Manni

 

  

 

 

Se l'atteggiamento del medico di fronte alla persona morente è divenuto uno dei problemi emergenti della medicina moderna, ciò è dovuto al fatto che la medicina consente, oggi, di modificare profondamente la naturale evoluzione della fase terminale della vita. In particolare, la rianimazione ha conseguito risultati tali da indurre ad una ridefinizione dello stesso concetto di morte, aprendo nuove speranze per il recupero di molti pazienti in condizioni critiche ad una vita degna di essere vissuta.

Un altro problema è quello del rifiuto della morte che non appartiene solo al medico, ma anche, e sempre più spesso, a tutti i cittadini. Stiamo assistendo ad una eccessiva medicalizzazione delle fasi terminali della vita: il morente viene quasi sempre ospedalizzato, allontanato dal suo ambiente e dai suoi affetti familiari. Il motivo apparente è quello di favorire le cure atte a salvare la vita; il motivo reale è, in molti casi, quello di evitare di rimanere coinvolti in un momento così doloroso. E' evidente che il "rifiuto della morte" può indurre all'accanimento terapeutico, così come il "rifiuto della sofferenza" può favorire una scelta di eutanasia.

Se oggi noi affermiamo che è sempre possibile curare anche il malato terminale inguaribile ("malato in progressione di malattia") è proprio perché sappiamo che è possibile avvalerci, pure in questi pazienti, delle più avanzate tecniche terapeutiche senza ledere ulteriormente la dignità di una vita ormai giunta alle sue fasi conclusive. Ovviamente, quando la fase terminale di una malattia raggiunge il momento dell'agonia qualsiasi tentativo di terapia strumentale diviene ingiustificato e l'insistere configurerebbe un atteggiamento di accanimento terapeutico che non è tra i nostri obiettivi.

Di fronte al numero crescente di ammalati ed alle loro aumentate esigenze, la nostra civiltà si trova di fronte due strade opposte: o privilegiare i forti assicurando loro i maggiori benefici ed emarginando i deboli, riportando i termini dell'esistenza verso forme di maggiore degradazione, oppure accrescere gli sforzi per arrivare ad una diversa soluzione degli attuali problemi della salute. L'eutanasia, il controllo forzato delle nascite e tante altre manifestazioni che la vita moderna privilegia, dipendono dalla scelta di una di queste due strade.

Vi è però l'alternativa, e cioè la scelta della solidarietà con coloro che si trovano in maggiore difficoltà come gli ammalati, i deboli, gli emarginati. Questa solidarietà si accompagna all'impegno di un ulteriore progresso scientifico che consenta di trovare la vera soluzione di fronte alle malattie croniche che tuttora affliggono l'umanità. Occorre una fede leale nella ricerca e impegnarsi per dare maggior sostegno a quella che già oggi appare preminente nella strategia biomedica. Essa ha come obiettivo non tanto quello di allungare la vita, quanto di prevenire l'inizio di innumerevoli malattie debilitanti. L'eutanasia non si colloca su questa linea, ma in quella di una resa. Il nostro impegno contro l'eutanasia, deve essere particolarmente forte proprio in questo momento considerando che da più parti, anche a livello legislativo, emergono tendenze a favore di questa che si concretizzano nelle proposte di depenalizzazione e legalizzazione dell'eutanasia su richiesta. L'opposizione alla eutanasia deve essere però costruttiva. Davanti ad un malato sofferente, colpito da una malattia inguaribile, non basta dire di no alla richiesta di morte. E' necessario dire di sì alle richieste di alleviare le sofferenze e ridare senso ad una vita che lentamente si sta spegnendo. Noi medici non possiamo rispondere alla richiesta di eutanasia semplicemente opponendoci ad essa; dobbiamo offrire risposte operative impegnandoci nella realizzazione di programmi assistenziali, oggi possibili, che si propongono di curare il dolore e migliorare la qualità della vita. Ed è in questo contesto che si inseriscono i programmi di cure palliative e di assistenza domiciliare.

Recentemente anche il comitato Nazionale per la Bioetica ha sottolineato l'alto valore bioetico delle cure palliative. Queste infatti trovano la loro sostanza non nella pretesa illusoria di poter strappare un paziente alla morte, ma nella ferma intenzione di non lasciarlo solo, di aiutarlo quindi a vivere questa sua ultima radicale esperienza nel modo più umano possibile, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista spirituale. Volte primariamente ad alleviare il dolore in generale e in particolare quello dei malati terminali, le cure palliative hanno allargato e continuano ad allargare il loro orizzonte e il loro ambito di azione e si presentano nel nostro tempo come uno dei campi in cui la moderna medicina manifesta la sua vocazione profonda di cura in senso globale, quindi non solo fisico, ma anche psicologico ed esistenziale, dei sofferenti.

Per il medico cristiano, il primo imperativo morale è quello di servire la vita, il che vuol dire assisterla fino al suo compimento naturale. L'assistenza sanitaria al morente è un compito particolarmente importante e delicato perché si tratta di far sì che anche nel morire l'uomo abbia a riconoscersi e volersi come vivente.

 
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