Cure palliative: Psicologia del malato

 

 

L'iter psicospirituale dell'ammalato grave

   

Elizabeth Blackborow

(Presidente. Associazione di volontariato Oasi)

   

  

      

  

Con la presa di coscienza di una malattia terminale la stessa esistenza della persona è ribaltata. La nuova realtà toglie il malato dalle sue attività normali, scagliandolo in un mondo nuovo ed innescando un processo di adattamento i cui termini di riferimento sono completamente differenti. Si scontrano varie e violenti emozioni: il malato tenta di far fronte alla propria crisi personale attuando delle risposte emotive che hanno bisogno di essere comprese e decodificate. Occorre del tempo perché, con il proprio ritmo, giunga all'integrazione ed all'accettazione della nuova realtà.
 
 

emozioni forti

 
Forse il lato più tragico di una malattia che porta alla morte è il doversi confrontare con gli interrogativi più gravi proprio nel momento in cui la propria struttura intellettuale e spirituale vacilla e il proprio corpo progressivamente decade. Ha inizio allora una presa di coscienza dei compiti non compiuti e dei progetti non realizzati; rimediare il passato e controllare il futuro diventano due aspetti della vita che pesano sull'individuo e causano una prima reazione di rifiuto della nuova realtà.
 
Le fasi di disagio psicologico e spirituale che il malato può attraversare sono correlate anche agli stessi rimedi terapeutici, come si vede nel secondo grafico. Descritte per la prima volta da Elisabeth Kübler-Ross (in La morte e il morire, Cittadella, Assisi, 1988) come rifiuto, collera, compromesso, depressione ed accettazione, esse non devono essere considerate fasi preordinate, bensì stadi  che si alternano e si sovrappongono. Per Robert Buckman, invece, (How to Break Bad News, Papermac, London, 1992) si deve parlare di reazioni  in quanto si tratta di emozioni miste che nascono dal vissuto della persona ammalata; esse rivelano la persona ed i tratti salienti del suo carattere e si possono distinguere in tre momenti che si susseguono: far fronte (reazioni miste), essere ammalati (diminuzione dell'intensità dell'emozione, depressione) e accettazione.

 

La crisi 


 In uno studio interessantissimo, apparso nella rivista Concilium (5/1990), Erika Schuchardt presenta le fasi di evoluzione psicologica come il lungo cammino di un duro apprendimento necessario per la elaborazione di qualsiasi crisi esistenziale. In base all'analisi di ben 500 biografie di uomini e donne portatori di handicap o con malattie a lungo decorso (cancro, sclerosi multipla, ecc.), scostandosi in parte dalla teoria della Kübler-Ross, l'autrice approfondisce questo cammino di apprendimento secondo otto fasi a spirale: incertezza, certezza, aggressione, trattativa, depressione, accettazione ed infine solidarietà. Essa sottolinea che solo un terzo dei biografi è giunto a documentare la fase dell'accettazione ed afferma che in tutti i casi il raggiungimento di questa fase è da attribuire alla presenza di una persona che ha accompagnato il processo.

La presenza della figura dell'accompagnatore si mostra particolarmente rilevante durante le fasi dell'aggressione e della trattativa. In quella dell'aggressione appaiono con estrema chiarezza i pericoli a cui i colpiti sono esposti: sia il soffocamento nell'aggressione sotto la forma di una autodistruzione passiva o attiva, sia l'isolamento, sia la rassegnazione apatica dovuta al controllo interiorizzato dei sentimenti negativi. E' importante notare che se manca questa fase aggressiva si evidenziano tendenze alla non accettazione e all'isolamento sociale. Di qui il dovere dell'accompagnatore di intervenire nella crisi per scatenare l'aggressione mancante e rendere possibile così il processo di apprendimento verso l'apertura sociale.

Ugualmente pericolosa si rivela la fase della trattativa. A seconda della condizione economica e dei valori della persona, si possono presentare due percorsi che conducono facilmente ad una totale svendita materiale e spirituale: la ricerca del medico migliore a livello mondiale, oppure la via del miracolo. Si corre così il rischio di una delusione spirituale che, oltre a bloccare la ricerca di un senso, accelera il processo di decadimento fisico.