Cure Palliative: Spiritualità

 

      

       

La cura pastorale dei morenti 

   

   

P. Tom O’Connor, O.S.Cam
(già cappellano a St.Joseph’s Hospice, Hackney, Londra)

     (Estratto da Pastoral Caring for the Dying, pubblicato per gentile concessione di St. Joseph’s Hospice. La libera traduzione è nostra)

   

    

Introduzione

Ritrovare la fede davanti alla morte

La crisi del malato terminale

Il compito del cappellano: sviluppare relazioni

Prendersi cura della famiglia e degli amici

   

    

Introduzione

[...] Quando proclamiamo ai fedeli che la vita è trasformata, non conclusa, non stiamo cercando semplicemente le parole idonee e confortanti per chi è in lutto; stiamo dicendo, a noi stessi e al mondo intero, una verità cristiana fondamentale. “Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,8-9). In tal senso la nostra morte individuale è un momento di liberazione, di vittoria, un raggiungere felicemente la nostra vera casa. 

Detto questo, rimane il problema della morte che non consiste semplicemente nella sua ineluttabilità personale ma anche nelle sue caratteristiche così dense di ignoto: quando?, come? e “perché”?
Per tutti noi – filosofi, scienziati, ma anche per i credenti – il mistero rimane.
Con l’avvento dell’epoca moderna, in cui l’uomo sembra “controllare” tutti gli elementi, il mistero della morte è diventato ancora più difficile da digerire.
Per questo nella società vediamo spesso il rifiuto, la negazione, la volontà di nascondere, e non solo tra coloro che sono costretti ad affrontare una morte imminente. Rispetto alle generazioni che lo hanno preceduto, l’uomo moderno non è affatto diventato più capace di comprendere e accettare la morte.

Tuttavia, anche se non possiamo controllare o dominare la morte, possiamo perlomeno affrontarla e adeguarci ad essa. Far atterrare qualcuno sulla luna non significa dominare su tutte le forze dell’atmosfera e dello spazio, ma seguire fedelmente le leggi dell’aerodinamica. 

E’ riconosciuto che il dolore più grande per il morente non è necessariamente quello fisico, bensì quello psicologico o spirituale, che consiste nella sofferenza provocata dalla solitudine, dal rigetto e dall’isolamento, e tutto ciò con un’intensità sconosciuta al paziente fino a quel momento.
Nell’hospice si ha la possibilità di osservare attivamente il processo con cui il paziente si adegua ed eventualmente accetta la propria morte. Accettare questa sfida con preparazione adeguata e autentica sensibilità, per l’intera durata del delicato processo, si chiama “accompagnamento del morente”.
Si tratta di una relazione intima che restituisce al paziente il senso di appartenenza alla famiglia e alla realtà in genere, e che a sua volta lo solleva dal peso di vittimizzazione e di impotenza che lo opprime.
Potremmo definirlo un “processo di recupero d’identità” perchè restituisce al paziente la consapevolezza di essere una persona viva: egli non è più soltanto un organo corporeo che si è rotto. Lui è malato, non i suoi polmoni; lei è malata, non il suo fegato.

Stiamo imparando ad affrontare la realtà della morte e noi tutti, soprattutto i morenti, ne siamo avvantaggiati. [...] L’opera classica della Dott.ssa Elizabeth Kubler-Ross, On Death and Dying (La Morte e il Morire, Cittadella Ed.), ha assegnato una posizione particolare alla cura del morente. Vedendo la morte come una parte importante della vita, ha corretto i tentativi dell’Occidente di nasconderla, ricacciandola persino dal linguaggio.
Se infatti tutti riconosciamo la necessità della qualità di vita, è inevitabile riconoscere che tale qualità debba estendersi anche al processo del nostro morire, che è parte essenziale e completamento della vita stessa. L’assistenza di tutta la persona: ecco precisamente ciò che può venire a mancare nel progresso tecnico e scientifico, persino nel sollievo del dolore e del disagio. In una parola: il riconoscimento dei bisogni del morente e il prendersi cura di lui ci rende più umani nel senso migliore della parola e può solo essere un bene. [...]

Non c’è un tempo giusto per morire. Tuttavia è normale morire. Quando Lazzaro è morto la seconda volta, è rimasto nella tomba. Dobbiamo tutti riconoscere la normalità della morte, ed è necessario identificarci con sempre maggiore consapevolezza nel nostro ruolo dentro il processo del morire dei nostri fratelli e sorelle terminali. [...]

La cura spirituale e pastorale costituiscono una parte universalmente riconosciuta dell’assistenza totale dei morenti.
Questo spiega perchè la natura e la comprensione delle cure in hospice danno molta importanza alla dimensione spirituale, sia come bisogno da soddisfare, sia come elemento essenziale della cura.
Per il paziente terminale la morte non è affatto teoria o accademia, ma qualcosa di assolutamente personale, in senso molto concreto. Per questo dobbiamo tutti far sì che la morte sia parte del realismo del vivere. La nostra vita è di solito ricca di promesse e siamo abituati ad affrontare le sfide e a gestire le crisi, eppure di fronte alla morte imminente ci scopriamo impotenti.
La totale novità di questa sfida carica il paziente di enormi bisogni, che giungono fino alle profondità del suo essere. A tale riguardo la Chiesa, sull’esempio di Cristo, offre una lunga tradizione di cura dei malati e dei morenti.

Ritrovare la fede davanti alla morte

L’atto di fede coinvolge la persona ai livelli più profondi. Le circostanze della vita, le gioie, le paure, le incertezze, tutto contribuisce ad un atto di fede più autentico e personale. È un fatto del pensiero e della cultura cristiana che la malattia, e le crisi in generale, possano contribuire allo sviluppo di una fede più profonda e sperimentata. In questo senso una malattia, accompagnata dalla consapevolezza di morte imminente, può offrire un contributo del tutto particolare. Infatti la persona, trovandosi distintamente a un bivio, scopre l’opportunità di incontrare Dio per la prima volta o di personalizzare con maggiore enfasi un rapporto già esistente con Lui.

In un modo o nell’altro la realtà di Dio, un Dio o il ‘mio’ Dio, può occupare un posto di rilievo nella mente e nell’attenzione dei malati terminali. E’ un’ottima occasione offerta al cappellano per dissipare le mezze verità, le superstizioni e le idee infondate su Dio. Per il paziente è un tempo in cui le esperienze passate di Dio, buone e no, si ripresentano, e l’urgenza della situazione, quando manca così poco tempo, lo lascia in preda a sentimenti costituiti da un misto di rabbia, senso di colpa, vittimismo e impotenza. Tocca al cappellano, attraverso il rapporto consolante della sua fede, accompagnare il paziente verso l’immagine di un Dio personale che si prende cura di noi. In questo modo, e grazie allo spirito di assistenza totale dell’hospice, l’immagine di un Dio personale si risveglia e il paziente può affrontarne anche la dimensione misteriosa. L’amore infatti può “dare ragione” di un mistero più di quanto non possa l’intelletto stesso. In tal senso la vera fede considera irragionevole cercare una spiegazione puramente razionale per un mistero. Così il paziente nell’hospice ha la possibilità di giungere almeno all’inizio di sentimento di appartenenza ad un Dio che si prende cura dell’uomo, e insieme ad un rapporto dinamico e personalizzato con Lui.
Questo certo non significa una maggiore conoscenza di Dio in se stesso nè di come Egli intervenga nelle nostre vite; ma piuttosto di una “conoscenza affettiva”, basata sulla testimonianza dell’intera equipe e sulla particolare atmosfera di cura da essa generata.

Grazie alla scoperta di un Dio personale, la fede può dare al morente (e in effetti la dà) luce e maggiore serenità, pace e tranquillità.
Sono una luce e una pace che provengono da Cristo, e che fanno rivivere consapevolmente la Sua passione e morte. Con una simile fede gli ammalati e i morenti possono diventare, in maniera davvero impressionante, veri maestri.
Il cappellano stesso arriva ad esserne edificato, man mano che essi personalizzano il loro rapporto con Dio. Una crescita del genere è il meglio che può dare una vita centrata nella preghiera, ed è qualcosa di cui essere invidiosi.
Non è affatto il prodotto dell’impotenza o di chi ‘butta la spugna’.
Al contrario proprio l’impotenza rimette tutto nella giusta prospettiva per un sano rapporto con Dio, in cui Dio è Dio e ciò che è umano rimane tale.
Questo è il giusto equilibrio: "Ti basta la mia grazia; la forza si manifesta pienamente nella debolezza". “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze... e nelle angosce sofferte per Cristo: infatti, quando sono debole è allora che sono forte”.(2 Cor. 12,9-10) 

La crisi del malato terminale

Nessuno si esercita nell’essere malato e ricoverato in ospedale. Ogni malattia è nuova, anche per il paziente che ha avuto una lunga storia di malattia. Ancora di più quando si tratta di morire. Una malattia terminale è un’esperienza totalmente nuova per il corpo, la mente e l’anima. C’è chi dice di essere stato vicino alla morte, e può anche essere così, ma una malattia terminale, dove la prognosi è certa in quasi tutti i casi, è tutt'altra cosa. E’ la storia di un fallimento dichiarato e dell’impotenza che ne deriva. Il verdetto diventa terribilmente personale per il paziente. Il cancro non viene più percepito semplicemente come quella malattia orribile e non curabile che “c’è” nel mondo ma diventa qualcosa di molto più vicino: “ho un tumore”. Non esiste nulla di più personale. 

Sembra che i pazienti ammessi all’hospice si dividano in quattro gruppi.
1- Ci sono quelli che non sanno di avere un tumore perché non c’è stato il tempo o perché i medici non hanno informato né loro, né i loro famigliari; o ancora perché la famiglia si è opposta ad informare il paziente.
2- Ci sono quelli che lo sanno (o che lo sospettano), ma rifiutano di ammetterlo a se stessi e agli altri. Questa negazione è abbastanza comune negli stadi iniziali e dev’essere rispettata, per quanto sembri irreale al cappellano.
3- C’è chi riconosce di essere “terminale” e sperimenta tutte le paure e l’impotenza dell’isolamento. Questa è la situazione generale per la maggior parte del tempo e talvolta anche nel caso di quelli che sembrano essersi adeguarti.
4- Ci sono infine quelli che sono perfettamente consapevoli della propria condizione, la accettano come un fatto e sono già coinvolti nel processo di adeguarvisi. Si tratta di un passaggio assai delicato che conosce vari stadi: temere il peggio, scoprire che è vero, accettarlo come realtà e adeguarvisi.

Qualunque sia lo stadio di consapevolezza, accettazione e adeguamento, il cappellano dev’essere così flessibile da usare comprensione e saper rassicurare. Se c’è la necessità di essere liberi dai nostri pregiudizi è proprio quando incontriamo i morenti.
E’ bene ricordare che i malati terminali possono accettare le nostre debolezze e limitazioni ma non gli atteggiamenti che parlano di routine e di ripetizione e che sono contrari all’originalità di un incontro personale. Sarebbe un caso raro quello di un cappellano, autenticamente umano e spirituale, che non riuscisse a essere coinvolto quando incontra un paziente consapevole nel profondo di se stesso di essere vicino alla morte. Il bisogno predominante è quello di compagnia aperta e onesta. 

La solitudine può invadere la mente e il cuore del malato terminale. [...] L’American Journal of Nursing (1970) ha pubblicato una comunicazione anonima di una studentessa infermiera che stava morendo. L’aveva scritta ai suoi colleghi infermieri. Le sue parole mettono in luce l’esperienza di paura e il bisogno di compagnia:

  •  “Per me la paura è oggi. E la morte è adesso. Vieni dentro ed esci dalla mia stanza, mi porti le medicazioni e mi misuri la pressione. E’ perché sono una studentessa anch’io, o semplicemente un essere umano, che avverto la tua paura? E la tua rafforza la mia. Perché hai paura? Sono io che sto morendo!
    Lo so, ti senti insicuro, non sai cosa dire né cosa fare. Ma credimi, per favore, se davvero ti sto a cuore non puoi sbagliare. Ammetti solo che ti sto a cuore. Noi cerchiamo soprattutto questo. Possiamo chiedere “perché” e “come”, ma non ci aspettiamo risposte. Non scappare... aspetta... voglio solo sapere che ci sarà qualcuno che mi tiene la mano quando ne avrò bisogno. Ho paura. La morte potrà diventare routine per te, ma per me è nuova. Forse non mi vedi come unica, ma non sono mai morta prima. Per me questa prima volta è piuttosto unica!
    Se solo riuscissimo ad essere onesti, ad ammettere le nostre paure, a toccarci.
    Se davvero ti sto a cuore, pensi che perderesti tanto della tua amata professionalità piangendo insieme a me? Da persona a persona? Forse allora sarebbe meno duro morire... in ospedale... con gli amici vicino”.

Non c’è nessuno stadio di cura in cui non possiamo fare più nulla per il paziente. Le esigenze del prendersi cura danno valore anche al minimo gesto. Questo è il meglio dell’hospice.

 

Il compito del cappellano: sviluppare relazioni

Si può dire che parlare della cura dei morenti è parlare di relazioni. [...] Più la relazione è sviluppata, più sarà completo il servizio al paziente. Una delle situazioni più tristi nell’hospice è quando il paziente muore dopo appena un paio di giorni dal suo arrivo, senza aver fatto in tempo a stabilire una relazione con l’equipe di cura.

Man mano che i giorni passano la personalità del paziente infatti si rivela sempre più e, in un senso molto reale, l’hospice diventa per lui come casa sua. Ciò crea un senso di sicurezza, un sentimento di appartenenza, che è di vitale importanza per la cura pastorale.
Il cappellano, senza siringa né stetoscopio, deve comunicare il suo messaggio attraverso la relazione con i pazienti. In qualsiasi attività pastorale, specialmente nel caso dei malati, e soprattutto in quello dei morenti, l’unicità di ogni individuo richiede uno sforzo di identificazione. Troppo spesso siamo portati a categorizzare, persino nel lavoro pastorale. Nella situazione dell’hospice questo può solo danneggiare tanto il paziente che il cappellano. Nell’hospice c’è un bisogno urgente di scoprire e identificarsi con l’individualità del singolo paziente.
La malattia, e ancora più quella terminale, rivela proprio la specifica individualità, con gli aspetti di forza e di debolezza di ciascun paziente nel suo sforzo di accettare e adeguarsi al fatto che sta morendo. Questo comporta una sfida e un dovere per il cappellano, e richiede il suo auto-riconoscimento come persona: non si tratta più di ciò che faccio come cappellano, ma di chi sono come persona, come cristiano e come parte dell’equipe di cura, nel mio incontro con il paziente.

Nell’incontro l’urgenza non riguarda le cose da fare, ma la creazione di una sana relazione. L’intenzione del cappellano può essere chiara, ma senza un’adeguata attenzione all’individualità del paziente l’incontro risulterà impoverito e la relazione incompleta. Nel Getsemani Gesù ha provato solitudine, gli mancava la compagnia dell’apostolo che si era addormentato: “Non hai potuto vegliare un’ora con me?”. [...]
Nella mia esperienza, quando la relazione è sana e ben fondata, le cose necessarie da fare vengono sempre realizzate. Il prendersi cura è proprio questo. Gesù si è “preso cura” prima di “curare”. Era quel suo prendersi cura in modo personalizzato, “prendersi a cuore”, che lo rendeva così attraente, fino al punto che i sofferenti (cfr. Mt. 8: Il servo del centurione) potevano sentirsi a loro agio con lui perché lo percepivano come uno che stava dalla loro parte. Tutte le altre qualifiche nella cura pastorale dei morenti impallidiscono di fronte a tali abilità relazionali. [...]

Costruire una relazione richiede tempo e continuità di contatto; ciò spiega perché il cappellano deve rendere stabile la sua presenza tra i pazienti, cosa molto difficile se il contatto è limitato alla visita ufficiale o programmata. Molto può essere fatto grazie agli incontri occasionali che però non devono suggerire un’emergenza. [...]

Il cappellano è uno che sta accanto al paziente e al malato terminale nella modalità dell’essere: essere se stesso, pienamente umano e autenticamente credente; deve permettere al paziente di essere se stesso e riconoscerlo al punto in cui è, lasciando a Dio di essere creatore, salvatore e consolatore.
Lo stare accanto al paziente richiede pienezza da parte del cappellano, sia sotto l’aspetto umano che sotto quello spirituale. Come il paziente, anche il cappellano è immerso nella realtà e nel mistero della propria vita e della propria morte. E’ una persona coinvolta da una chiamata alla santità e alla vicinanza a Cristo, una vocazione che si realizza concretamente attraverso la dedizione ai suoi pazienti e alla loro cura. Centrale è il suo rapporto con Cristo, nel cui nome si presenta al paziente e di cui tenta di imitare il tenero “prendersi cura”. Il cappellano è chiamato dunque alla pienezza, sia nella relazione con Cristo che con i pazienti; pienezza in senso umano, che vuol dire conoscere l’ammalato e comprenderne le ansie e le paure; avere la capacità di trovare qualcosa che lo accomuni al paziente, di parlare il suo linguaggio di vita e identificarsi con la sua cultura, background e ambiente. Teologicamente e pastoralmente parlando, pienezza vuol dire essere consapevole della chiamata di Cristo alla conversione e insieme dell’individualità di ciascuna chiamata. E’ bene tenere a mente che i sacramenti sono un mezzo e non fine in se stessi. Significa anche saper riconoscere i tempi di Dio nella vita e nella conversione del paziente, cosa particolarmente importante in un contesto multi-confessionale. Siamo chiamati a dare testimonianza alla verità in un modo che renda possibile all’individuo di comprenderla e accettarla come attuabile nella propria vita.
Un esempio inimitabile non è un buon esempio.
Infine, la pienezza spirituale dona al cappellano uno sguardo più vicino al Cristo, la cui particolarissima preoccupazione era per i malati e i deboli. Predicare il vangelo, guarire i malati. Sembra che la cura dei malati sia il completamento del mandato di predicare il vangelo. Fin dalla sua fondazione la Chiesa ha prestato attenzione prioritaria proprio alla cura dei malati e dei morenti.
Il Getsemani e il Calvario sono luoghi molto reali nell’incontro tra il cappellano e il suo paziente. Cristo infatti non ha eliminato il dolore e la morte ma ha scelto di entrare personalmente nella stato di vittima: impotente e isolato. Fino a quel momento il taumaturgo era acclamato e portato in trionfo come re, ma nel Getsemani il ruolo è cambiato: loro l’hanno arrestato, loro l’hanno denudato, loro l’hanno flagellato, loro l’hanno incoronato di spine, loro gli hanno sputato addosso, loro l’hanno crocifisso. L’atto di fede per i morenti non è semplicemente nel Signore risorto, ma in un Signore che per prima cosa si è identificato con la condizione umana di passione e morte.
E’ la consapevolezza di Chi si sta predicando, e la mitezza del suo approccio, che possono far sentire il cappellano al proprio posto accanto al paziente, e viceversa.

Uno dei grandi vantaggi dell’hospice è il suo “passo”, che permette al paziente di seguire il proprio ritmo. Libero dall’impellenza e dall’attività frenetica dell’ospedale generale, dove sono i sistemi a dettare il passo, in hospice il paziente può creare il proprio, a tutto vantaggio del cappellano che deve rendersi conto che le relazioni non si costruiscono in fretta.

Ogni cappellano d’ospedale scoprirà quanta fiducia il malato può accordargli, persino per quanto riguarda argomenti che oltrepassano il suo ruolo. “Quanto durerà l’intervento?”, “Quando toglieranno questo tubo?” Nel caso del morente la fiducia potrà essere ancora più grande. Il cappellano potrà essere visto come ‘neutrale’, realmente dalla parte del paziente, e persona con cui si sente libero di avere una conversazione più a propria misura e meno tecnica. Questa fiducia forma una parte preziosa della relazione e dovrebbe essere rispettata e promossa.

Chi sa ascoltare non si deve sentire obbligato a dare una risposta. La domanda del paziente: “Perché io?” non viene fatta aspettando una risposta precisa. Il cappellano dovrà restare coinvolto nella relazione, mentre riconosce anche la propria incapacità di sondare il mistero. Nella relazione anche la dichiarazione d’incapacità è una forza che lega.

Tutti i sentimenti dei morenti come rabbia, solitudine, isolamento, sensi di colpa e molte altre paure, si situano nell’ambito della relazione del cappellano con il paziente. La sua presenza non è semplicemente quella di un buon ascoltatore ma offre al malato anche l’opportunità di esprimere i suoi sentimenti e di sfogarsi. [...]

Rabbia verso Dio e sensi di colpa fanno parte del ministero del cappellano. Mostrare che Dio è abbastanza forte da accettare non solo i nostri difetti, ma anche le nostre accuse, rappresenta una sfida per il suo concetto ed esperienza di Dio. Il cappellano dovrà mostrarsi a suo agio nelle cose di Dio, agio che a sua volta non può non desiderare per il paziente.
Così quest’ultimo imparerà intuitivamente (i malati diventano molto perspicaci) e non occorreranno lunghi discorsi.

Infine, l’abilità del cappellano a formare relazioni si deve estendere anche agli altri membri dello staff. L’hospice è essenzialmente un servizio in cui tutti condividono la premura per il paziente. Il cappellano sa che c’è una dimensione spirituale in ogni relazione tra il personale e i pazienti. Mentre egli si impegna a facilitare le relazioni dell’equipe, il suo ruolo specifico è enormemente aiutato dai commenti fatti su di lui ai pazienti dagli altri membri dell’equipe stessa. E’ importante anche che egli riconosca il bisogno di supporto da parte degli altri suoi colleghi. Riconoscendo i propri bisogni renderà un servizio al proprio ruolo e ai propri talenti.

 

Prendersi cura della famiglia e degli amici

La cura totale del paziente include necessariamente i membri più stretti della famiglia. La stessa motivazione che guida il cappellano nell’accompagnare il paziente vale per l’accompagnamento dei parenti nel loro lutto imminente. E’ un autentico lavoro di evangelizzazione. La condizione terminale del paziente causa una specie di ‘morire’ anche tra i parenti e ciò fa si che spesso la preoccupazione maggiore del morente sia per i suoi famigliari. Per lui la morte rappresenta una soluzione, una liberazione, mentre segna l’inizio di una perdita forzata per la famiglia.
L’hospice dedica particolare attenzione alla cura della famiglia, non soltanto perché aiuta a rassicurare il paziente, ma anche perché la perdita che consegue alla sua morte può essere paralizzante. Le stesse domande che il paziente si fa sono vissute dalla famiglia.
Anche qui il ruolo del cappellano è centrale. Spesso è persino una sfida più impegnativa. Le molte insicurezze dovute ad esempio ai bambini da educare, alle difficoltà finanziarie, oltre che alla solitudine, rappresentano problemi importanti per la famiglia. La consapevolezza nitida di tale situazione e una particolare sensibilità, come pure la disponibilità ad ascoltare, sono i prerequisiti del cappellano. Questa è un’area in cui la sua personale esperienza di perdita e lutto, con ciò che gli era di aiuto e di ostacolo in quel momento, gli sarà di grande sostegno nel lavoro con i parenti dei pazienti.

Per sua stessa natura l’hospice mira a essere una comunità, una famiglia, ‘casa propria’ per i malati e le loro famiglie. E’ un bene prezioso per coloro che affrontano lo sconvolgimento causato dalla morte di un loro caro. Può sembrare che il tempo a disposizione per conoscere la famiglia, ed essere loro di valido aiuto, sia molto breve, ma l’intensità dell’esperienza che stanno vivendo li rende particolarmente sensibili ad ogni gesto e parola di conforto.
Ogni morte rappresenta inevitabilmente un punto di riferimento nella storia di una famiglia e l’empatia del cappellano, di fronte alla crudezza dell’esperienza, può dimostrarsi di valore durevole anche nella sfera spirituale. Un ascolto empatico, una partecipazione sincera, un’accettazione paziente delle lacrime e dell’afflizione contribuiscono insieme a formare un ricordo durevole di autentico sostegno. E’ il massimo dell’evangelizzazione; si tratta del ministero allargato del cappellano che può avere effetti di grande portata. [...]

La partecipazione attiva all’eucaristia celebrata nel reparto crea un forte legame tra i pazienti e con le altre persone presenti: parenti, amici e membri dello staff. Ogni aspetto della vita trova spazio dentro la liturgia: lo stesso scopo dell’hospice, i pensieri e i sentimenti di chi è presente, il paziente appena arrivato, quello che è morto il giorno prima, sono realtà che arricchiscono la partecipazione fondendo insieme la liturgia  e la vita dei presenti.

Il sacramento dell’unzione degli infermi trova la sua migliore collocazione in una celebrazione comunitaria come l’eucarestia, in cui può essere stabilito un legame particolare tra chi riceve il sacramento e tutti gli altri. L’argomento della morte non deve mai essere affrontato pubblicamente nell’omelia. La preghiera eucaristica, a parte le letture scelte appositamente, facendo ampio riferimento alla realtà della vita e della morte può toccare i cuori e le menti dei presenti in modo delicato e, allo stesso tempo, efficace. Inoltre il cappellano deve essere consapevole della presenza specialissima di Cristo e del suo Spirito. Il Guaritore e il Consolatore devono avere lo spazio per comunicare direttamente con i presenti, compreso lo stesso cappellano. [...]

Fondandosi sul significato teologico del sacramento dell’unzione degli infermi, l’applicazione pastorale consiste nel comunicare la relazione speciale del Signore con il paziente. Tocca al cappellano, cosciente della propria fede e in una relazione di cura con l’ammalato, aiutare a stabilire il significato e il tempo opportuno per la presenza sacramentale del Signore, specializzato nel curare i malati.
Il rito continuativo di riconciliazione, unzione e viatico, è ricco di contenuti e di motivi per la sua celebrazione. E’ “restauro”, integrazione e comunione con il Signore e con i suoi fedeli, cioè la Chiesa.
Nel caso dei morenti, quando la forza fisica si sta allontanando e la vita umana diminuendo, lo spirito viene elevato in Cristo grazie ai sacramenti. Mentre la vita della persona si affievolisce, essa viene nutrita di Vita; restaurata e integrata in Cristo. La preparazione e il “follow-up”, il continuo seguire il malato, rendono l’amministrazione dei sacramenti più densa di significato.
In queste fasi il cappellano dev’essere cosciente della condizione emotiva e psicologica del paziente: le sue paure, i sensi di colpa e le eventuali esperienze negative del passato. Potrebbe essere necessario ricostruire la vera immagine di Cristo, della Chiesa e dello stesso ministero sacerdotale. Durante il rito la consapevolezza del cappellano, per quanto riguarda il significato dei sacramenti e il bisogno di rassicurazione da parte del paziente, determinano l’atteggiamento di compassione empatica. In questo modo il cappellano comunica il significato dei sacramenti e la potenza della presenza del Signore. [...] 

Qualche problema particolare si presenta quando la comunicazione con il paziente è più difficile, ad esempio il parzialmente sordo o chi, in seguito a chirurgia, non riesce a parlare. Simili malati hanno bisogno di una cura particolare; sarebbe bene che il cappellano potesse avvalersi dell’aiuto di un altro membro dello staff che conosce il paziente meglio di lui. La comunicazione è sempre la priorità e, in ultima analisi, l’autentico significato e valore dei sacramenti sarà raggiunto se e quando la relazione è costruita bene. 

Un tale “prendersi cura” rende possibile morire con dignità e mostra come l’uomo sia capace di un approccio positivo alla propria morte. Il mistero che avvolge la morte rimane, come pure le molte domande alle quali non è possibile dare risposta. Comunque, l’esperienza dell’hospice ha mostrato che dove c’è un accompagnamento che si “prende cura”, il morente riesce ad affrontare anche il mistero e ad adeguarsi positivamente alla propria morte. Lo confermano le tante testimonianze di parenti e amici. Diventa allora questo il significato originale della parola greca euthanasia: una buona morte, una morte felice. Per il cristiano è il momento della pienezza della verità e della vita. Con le parole del Nunc Dimittis egli può dire:

          Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace,
          secondo la tua parola,
          perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
          preparata da te davanti a tutti i popoli:
          (Lc.2,29-31) 

Così il cappellano, sempre cosciente del proprio bisogno di guarigione, e in risposta alla sua chiamata, diventa guaritore per suoi pazienti. Allo stesso tempo egli stesso riceve guarigione, mentre impara da loro. L’essere coinvolto in un momento così intimo come quello della morte è tanto un privilegio quanto una sfida. Egli è testimone e partecipe di un nuovo parto, questa volta alla vita eterna: la pienezza di Vita realizzata da Cristo.

Conversazione/intervista AUDIO (Durata 38:47)

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