Cure palliative: Spiritualità

 

 

Quale spiritualità per le cure palliative?

 

Angelo Brusco

    

  

  

 

 

 

Introduzione

Durante gli ultimi decenni, il progresso scientifico-tecnico e i cambiamenti socio-culturali hanno causato una notevole evoluzione nell’assistenza di malati morenti. Tra le conseguenze positive di tali trasformazioni merita una particolare attenzione quella riguardante l’accompagnamento spirituale dell’ammalato in fase terminale.

Nel passato, tale aspetto dell’approccio al morente era considerato compito esclusivo degli operatori pastorali, soprattutto del sacerdote. Ad essi i medici affidavano il morente quando non vi era più nulla da fare dal punto di vista sanitario. Tale atteggiamento era frutto dello spiccato orientamento organicistico della medicina che portava ad una visione riduttiva del paziente, considerato più nella sua rilevanza biologica che in quella relazionale e spirituale.

Nel nuovo modo di concepire l’assistenza al morente, l’accompagnamento spirituale tende ad essere inserito nei programmi terapeutici.
Tra i molteplici fattori che hanno contribuito a questo cambiamento di prospettiva, il più importante è costituito dall’affermarsi della filosofia delle Cure Palliative, nelle quale sono confluite intuizioni geniali di alcuni autori, quali Elisabeth Kübler-Ross, Virginia Henderson e Cicely Saunders. Nei loro scritti esse hanno elaborato concetti che risulteranno determinanti per la pratica delle cure palliative. La prima, E. Kübler-Ross, ha messo in evidenza il percorso psico-affettivo-spirituale del malato in fase terminale. Dalle opere della Henderson risalta chiara l’affermazione che per offrire assistenza infermieristica rispettosa della persona, occorre riconoscerne i bisogni; inclusi quelli spirituali. Da parte sua, la Saunders ha messo in luce la componente spirituale del dolore dei pazienti in fin di vita .
Tali concetti, ripresi e sviluppati anche da molteplici altri studi e ricerche, hanno pervaso la filosofia assistenziale degli hospice, sottolineando che la cura del morente deve farsi assistenza fisica, psicologica, morale, spirituale e religiosa, in relazione alla crisi provocata nel soggetto dalla prospettiva della sua morte prossima .

A sostegno della loro filosofia dell’assistenza del malato morente, i promotori delle Cure Palliative hanno potuto contare sulla psicosomatica e le scienze del comportamento orientate umanisticamente, che hanno contribuito a correggere, almeno parzialmente, la visione organicistica della medicina, mettendo in luce la necessità e l’efficacia di un approccio globale o olistico delle persone in situazione di malattia.

Utili sono state anche le ricerche sul rapporto tra la spiritualità, la morte e il morire. Il morire è un processo altamente spirituale; suscita interrogativi concernenti il senso ultimo delle relazioni con sé, con gli altri, con l’universo. In una situazione critica come quella della morte, infatti, la rottura dell’unità soggettiva provoca, nel paziente, uno squilibrio che gli fa toccare con più realismo la misura dei suoi limiti e il senso della finitudine.

Non va, infine, trascurata la forte ricerca di spiritualità presente nella nostra società. Infatti, la questione spirituale è tornata in primo piano. Se ne occupano intellettuali, scrittori, editorialisti, perfino critici d’arte e scienziati. Temi spirituali fanno capolino in riviste e giornali . Lo scienziato Luis-Vincent Thomas afferma: "Il fallimento di un mondo ipertecnicizzato genera un bisogno immenso di spiritualità" . Elaborando la sua affermazione, il medesimo autore parla della nostra cultura tecnico-industriale come di uno specchio in cui appare poco a poco l’immagine d’un uomo nuovo, senza illusioni, senza religione (nel senso tradizionale del termine), il cui corpo e i cui desideri – oggettivati, misurati, valutati – non sarebbero che l’oggetto d’una buona gestione sociale, d’una regolazione ottimale ad opera della medicina, della dietetica, dell’organizzazione sportiva, delle politiche assicurative, senza dimenticare i divertimenti gentilmente organizzati.

Non c’è il rischio che anche il mondo sanitario rifletta, come in uno specchio, l’immagine di un morente ‘gestito’ alla perfezione dal punto di vista tecnico, ma appiattito spiritualmente sotto il pretesto di sottrarlo alla sofferenza?
 
  

I - L'accompagnamento spirituale

  
L’affermare, come avviene nelle Cure Palliative, la rilevanza dell’accompagnamento spirituale del morente impone la domanda sulla natura della spiritualità.

Tale interrogativo potrebbe forse sembrare inutile a chi ha familiarità unicamente con gli scritti relativi al ministero verso i morenti esercitato dai ministri di una determinata religione. A coloro, invece, che prestano attenzione alla riflessione che sta avendo luogo su questo argomento in ambienti e gruppi non confessionali, risulta più che mai pertinente interrogarsi sulla diversità dei significati attribuiti al termine spiritualità.

Assistiamo, infatti, a un movimento che tende a far esistere la spiritualità indipendentemente dalla religione. Sempre più numerosi sono i non credenti che rivendicano la possibilità di vivere delle esperienze e dei valori spirituali senza che vi sia alcun riferimento al religioso e alla fede.

Questa apertura sempre più marcata allo spirituale non è senza ingenerare confusioni. Dietro il termine ‘spiritualità’, infatti, si nascondono un’infinità di concezioni differenti, talvolta anche contraddittorie.

Tenendo conto di questa situazione, appare utile operare alcuni chiarimenti, distinguendo tra spiritualità umana, spiritualità religiosa e spiritualità confessionale, cioè determinata dall’adesione ad un particolare credo religioso.

Secondo alcuni autori, la spiritualità umana va intesa come l’insieme delle aspirazioni, delle convinzioni e dei valori che contribuiscono a organizzare in un progetto unitario la vita dell’uomo, orientando il suo modo di situarsi nei confronti della realtà attraverso le sue scelte e decisioni, la sua apertura alla bellezza, alla relazione…

Così intesa la spiritualità appare come una dimensione essenziale dell’uomo, che coordina tutte le altre dimensioni della persona umana – fisica, psichica, affettiva – verso la propria autorealizzazione entro una determinata situazione di vita.

Fanno parte della dimensione spirituale dell’uomo la scala dei valori, la domanda sul senso della vita, sul perché della presenza nel mondo, la tensione verso la trascendenza, cioè verso qualcosa che supera l’essere umano

Questa domanda di senso, che segna la specificità dell’uomo è presente durante tutto il percorso di una vita, anche se si accentua nei periodi di crisi e specialmente nella vicinanza della morte".

A questo tipo di spiritualità sembra riferirsi, ad esempio, Jung quando scrive: "Fra tutti i miei pazienti nella seconda parte della loro vita, diciamo al di sopra dei 35 anni, non ce n’è stato uno solo il cui problema, in ultima analisi, non fosse quello di trovare una dimensione religiosa alla propria vita. E questo indipendentemente dall’adesione a una credenza particolare o alla appartenenza ad una Chiesa".
Tale definizione di spiritualità – ricerca di senso, affermazione di valori, tensione verso la trascendenza – non presuppone necessariamente una religione anche se, evidentemente, non la esclude.

Quando lo spirituale (i grandi interrogativi e le profonde aspirazioni...) trova la sua sorgente o la sua risposta in una fede e nella relazione con Dio e si esprime attraverso un particolare sistema di credenze, simboli, riti, persone che fanno da mediazione tra Dio e l’uomo, possiamo parlare di spiritualità religiosa, che assume connotazioni specifiche a seconda del credo religioso in cui è inserita (religione cristiana, cattolica, giudea, mussulmana...).

L’attenzione a tale varietà di definizioni della spiritualità e di modi di viverla - resa più acuta dal crescente pluralismo etnico – deve portare, da una parte a un profondo rispetto delle posizioni altrui, accompagnato dall’apprezzamento degli aspetti positivi in essse presenti e, dall’altra, ad un dialogo autentico che sfoci nella valorizzazione degli elementi comuni e in un cammino di crescita.

E’ importante, però, osservare che l’emancipazione dello spirituale nei confronti del religioso non impedisce che in gran parte dei casi la persona cerchi e trovi la risposta ai suoi bisogni spirituali nella religione e, nel contesto italiano, soprattutto nella religione cristiana. Scrive, infatti, il sociologo Franco Garelli: "Pur all’interno d’una dinamica d’incongruenze, la maggioranza degli europei pare informata da un orientamento religioso di fondo, da una generale accettazione dei valori religiosi e delle credenze più importanti della tradizione religiosa. Ci si riconosce complessivamente credenti e cristiani, si è ancorati alla tradizione culturale e religiosa del proprio paese, si condividono alcuni elementi dottrinali di fondo...".
 

II - Quale accompagnamento spirituale?

 La riflessione sulla spiritualità, svolta sopra, è chiamata a concretizzarsi in un efficace accompagnamento spirituale del morente, compito delicato e impegnativo che fa appello all’intelligenza e al cuore, esigendo quindi preparazione a livello di essere, di sapere e anche di saper fare.

A chi spetta?

Nelle Istituzioni e nei programmi delle Cure Palliative a chi spetta tale compito?

Se il riconoscimento di una dimensione spirituale, il cui sviluppo può seguire vie diverse, è accolto da tutti gli operatori, ne deriva che l’attenzione al bisogno spirituale del malato morente è responsabilità dell’intera équipe terapeutica, pur con modalità differenziate. Essa è radicata nella "professionalità" prima che nella "confessionalità" degli operatori.

Tale presa di posizione è presente nella filosofia che anima le istituzioni pionieristiche dell’assistenza dei morenti. Al St. Christopher Hospice di Londra, "... chi soffre dal punto di vista spirituale può aver bisogno dell’aiuto di un membro qualsiasi del personale, non soltanto del cappellano".

Vale qui la teoria dell’interlocutore elettivo, secondo la quale al malato deve essere data l’opportunità di scegliere la persona con cui trattare argomenti di grande importanza per lui

Una modalità molto efficace per coinvolgere tutti nella risposta ai bisogni spirituali del morente è quella attuata nell’ospedale "Royal Victoria" di Montreal, dove parte importante della cura del morente è costituita dalla "creazione di un’atmosfera, in cui colpevolezza, ansietà e paura relative al significato della vita trovino esiti positivi. Solo in questa maniera noi possiamo cercare di trattare il dolore totale del paziente e dei suoi familiari: fisico, psichico, finanziario, interpersonale e spirituale".

Se la risposta ai bisogni spirituali del morente spetta a tutti i componenti dell’équipe terapeutica, ciò non toglie l’importanza della presenza di un assistente spirituale cui spetta svolgere una funzione sia di sensibilizzazione al bisogno spirituale che d’intervento specifico e specializzato. Il far riferimento a uno specialista non contrasta con il compito di rendersi conto della sofferenza e dei bisogni spirituali del morente. Al contrario, esso risponde a quell’esigenza di collaborazione interdisciplinare che dovrebbe caratterizzare in modo particolare le unità di cure palliative.

Nel contesto italiano tale assistente spirituale è solitamente un sacerdote. In alcuni paesi, le Istituzioni sanitarie hanno assunto dei consiglieri laici, detti ‘umanisti’, il cui compito è di accompagnare o di assistere moralmente i malati che non professano alcuna religione. In ogni caso è importante è che il malato abbia la possibilità di incontrare chi l’aiuti a vivere il più serenamente possibile il tratto finale della sua vita.

 
Alcuni passi di un "camminare insieme"

Di questo camminare insieme del morente e dell’accompagnatore spirituale è possibile indicare alcuni passi, in cui ogni operatore, almeno parzialmente, può ritrovarsi.

1. Essere in contatto con la propria spiritualità

Si tratta di una condizione indispensabile che consente di avvicinarsi alle problematiche di una altra persona con quella libertà interiore, necessaria se si vogliono evitare indebite proiezioni e ingiusti condizionamenti.

Significative sono le affermazioni di uno psicologo e di un moralista: "È chiaro – scrive il primo – che un operatore che non è in contatto con la propria spiritualità, non può permettere a un altro individuo di aprirsi alla sua, e può giungere fino a negare, per proiezione, la presenza di questa vita interiore presso l’altro". Il secondo afferma: "L’espressione dei bisogni spirituali da parte dei malati non può non raggiungere lo spazio spirituale personale di ogni accompagnatore. Per questo tale espressione sarà più o meno favorita o impedita". Il progetto di accompagnare il proprio simile fino al termine della vita rimette ciascuno nella verità della sua condizione. Nell’accompagnamento spirituale, infatti, l’uomo è tolto dal suo "divertissement" e ricondotto verso l’autenticità della propria esistenza, confrontato in questa maniera con la propria fine: chi è egli in verità?

Molto appropriate risultano le osservazioni di Cosette Odier, pastore protestante svizzera: "...Per poter accompagnare dei pazienti gravi a livello spirituale, noi dobbiamo essere attenti ai nostri bisogni. Tutti, alla nostra maniera, dobbiamo cercare di meglio comprendere ciò che vi è nel profondo di noi stessi, là dove attingiamo la forza di vivere, la forza di accompagnare coloro che stanno per morire. Tutti dobbiamo tentare di essere "radicati" per poter accettare le diverse forme di spiritualità che appaiono nella nostra vita oggi e aiutare il paziente a percorrere il cammino che è il suo (senza escludere per questo dei cambiamenti) ma che si radica in ciò che egli è. Non siamo lì per imporre un sistema, ma per scoprire insieme la radice del nostro essere, quel ‘soffio di vita’ che ci pervade tutti, qualsiasi sia il nome che vi attribuiamo. Per me esso è lo Spirito Santo, sorgente di vita...".

Ne deriva la necessità, da parte degli operatori, di interrogarsi sulla propria spiritualità, sul sistema di valori che guida la loro esistenza, sulle risposte che nascono nel loro cuore agli interrogativi concernenti il significato della sofferenza e della morte. Solo a questa condizione, "colui che parte e coloro che l’accompagnano, insieme fanno un passo in avanti in umanità".
 
 
2. Considerare la persona umana come un "mistero"

Nelle Istituzioni e nei programmi di Cure Palliative, l’approccio olistico o globale gode di particolare considerazione. Tale approccio, che porta a considerare l’indivisuo nella totalità del suo essere, non è però completo. Resta un passo da compiere; quello che porta a vedere la persona come un mistero, una realtà che non può essere racchiusa completamente entro gli schemi della nostra comprensione. Proprio per il suo carattere misterico, la persona del malato, come ogni altra persona del resto, è portatrice di valori e di risorse che sfuggono alla nostra osservazione, è artefice di un progetto il cui svolgimento segue percorsi originali, condizionati da tanti fattori presenti e passati, radicati nelle esperienze infantili o in quelle recenti, nell’incontro e scontro con tanti individui, nella sue credenze e nella sua fede in Dio. Tale condizione dell’essere umano invita al rispetto, a quel silenzio di sette giorni e sette notti che gli amici di Giobbe hanno osservato davanti al grande infermo, prima di prendere la parola.
 
 
3. Stabilire un rapporto di vicinanza

Percorso in solitudine, il cammino nella valle della sofferenza è duro da compiere; più duro ancora, se tale valle è avvolta d’oscurità. La relazione tra il malato e chi l’assiste costituisce il punto cruciale dell’accompagnamento spirituale. E' opportuno sottolineare che "ogni richiesta che, anche se, a torto o a ragione, pretende di collocarsi su un piano spirituale, è una richiesta umana, si inscrive necessariamente in una realtà umana; essa è sempre, come ricordava Jacques Lacan, domanda d’amore, domanda di una certa felicità, di essere riconosciuto ed amato. È prima di tutto un appello all’amore, a un amore personale, autentico, vero".

Quando si stabilisce tale tipo di rapporto, è possibile favorire nel malato il difficile processo interiore finalizzato ad accettare la realtà, a cogliere il senso di quanto sta vivendo, ad apprezzare quei valori che l’esperienza di sofferenza mette in luce, ad aprirsi ad orizzonti che trascendono quelli terreni e, in una prospettiva cristiana, ad incontrare il Signore, in cui, ogni umana speranza trova il suo fondamento.
 
 
4. Cogliere la domanda di accompagnamento spirituale

Le domande di acompagnamento spirituale da parte dei malati morenti sono più frequenti di quanto possa sembrare ad una osservazione superficiale. A volte vengono espresse in modo esplicito, altre volte implicitamente, attraverso simboli. Significativa è la seguente bella poesia di D. M. Turoldo: "Intanto i giorni si rallentano / uno/più lungo dell’altro / e un altro / ancora più lungo, e la notte / ti esilia / per neri deserti: quelle infinite / lucide notti! E il soffitto / e le pareti / che non sono più: / perduto / in un mare senza sponde. / E l’interminabile corridoio / un tunnel sotto il mare / dove ti accompagna appena / una luce gialla / che balugina / non si sa dove".
 
 
5. Identificare i bisogni spirituali

L’attenzione alla domanda di accompagnamento apre all’identificazione dei bisogni spirituali del morente.

L’attenzione a tali bisogni consente di entrare nello spazio interiore, prendendo coscienza degli effetti causati dalla malattia grave. Nell’offrirne una lista ci limitiamo ai principali: Vari autori hanno elaborato una lista di bisogni spirituali:

– La ricerca di un significato della vita e dell’esperienza vissuta all’approssimarsi della morte. Per il paziente è molto importante trovare un senso a quanto gli accade. Consciamente o inconsciamente egli si pone degli interrogativi esistenziali riguardanti la sofferenza e la morte, situando i suoi interrogativi nel particolare momento che sta vivendo. Si potrebbe dire che tutti i bisogni che verranno enumerati sotto fanno emergere dei perché.

Come aiutare il malato a soddisfare questo bisogno? Un inizio di rispostra a tale interrogativo viene dalla considerazione che il senso della vita e dell’esperienza vissuta nasce quando il paziente riesce a collegare la situazione presente a valori che sono sorgenti di significato: un congiunto, la famiglia, una causa, il senso del compimento, dell’autorealizzazione, il bene degli altri, Dio... Molto spesso, questo processo inizia dalla relazione significativa con l’accompagnante o uno degli accompagnanti. "Una sofferenza è significativa solo quando è vissuta ‘per amore di’... altro da sé".

- Il bisogno di essere e di continuare ad essere considerato un "soggetto". La malattia grave, infatti, si presenta come una minaccia all’integrità fisica, psichica e spirituale del morente. Inoltre, certi tipi di terapie e di assistenza, cui egli è soggetto, possono aggravare tale minaccia. In tale situazione, il paziente può avvertire la sensazione di essere in balia di forze che lo schiacciano e di fronte alle quali si sente impotente. In effetti, la malattia e la morte costituiscono la più grande ferita al narcisismo umano, l’irruzione della realtà nell’immaginario che porta l’individuo a credersi invulnerabile e immortale. Ha senso continuare a vivere in ino stato di degrado fisico e psichico, quando il corpo non risponde più come nel passato e la psiche perde.

L’insoddisfazione di questo bisogno si esprime in molteplici modi: la paura, la vergogna, il desiderio di "scomparire", l’aggressività verso tutto e tutti…

L’aiuto offerto al malato per soddisfare questa esigenza consiste nel veicolare attenzione e comprensione attraverso vicinanza fisica e ascolto. E’ questo il cammino per rendere credibile a un malato credente che, anche in quella particolare condizione, egli vale agli occhi di Dio.

- Bisogno di riconciliazione. È molto frequente che un malato in fase terminale presenti un bisogno profondo di riconciliazione. Nel corso della fase finale dell’esistenza, lo sguardo sul passato presenta la complessità di un vissuto spesso contraddittorio, tessuto di vittorie e d’insuccessi, di tenebre e di luce. Il malato può facilmente nutrire sentimenti di colpevolezza, ai quali spesso si aggiunge l’incapacità di accettarsi, di dire sì al passato, di riconoscere il positivo della sua attività. Davide Maria Turoldo parla del "rimorso della colpa più grave di non essermi lasciato amare".

Per soddisfare questo bisogno, si può ricorrere a una rilettura della vita passata che porti ad elaborare un bilancio di quanto è stato vissuto e compiuto.Tale operazione può portare a gettare uno sguardo nuovo sull’esperienza passata sia per valorizarla sia per accettarla nei suoi limiti. Per il credente, il sacramento della riconciliazione costituisce un mezzo efficace tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello spirituale.

- Bisogno di sentirsi in comunione con gli altri. Da solo, difficilmente il malato riuscirà ad affrontare il cambattimento che lo attende in prossimità della morte. Si tratta dell’esigenza di appartenere a un gruppo (famiglia, associazioni…), con il quale si condividono affetti, ideali e valori e al quale può essere affidata la continuazione dei progetti che la morte impedisce di realizzare. Da alcune recenti inchieste risulta che la rappresentazione fantasmatica della ‘buona morte’, include, presso i nostri contemporanei, "la presenza e la prossimità di coloro che ci sono familiari, degni di fiducia, amati".

Un ruolo essenziale per la soddisfazione di questo bisogno è giocato dalla famiglia, dalla comunità ecclesiale e da altri raggruppamenti significativi per il malato. In un’ottica cristiana, la dottrina della comunione dei santi offre un aiuto per mantenere il senso di comunione con coloro che si lasciano.

- Bisogno di rispondere a interrogativi esistenziali, resi acuti dall’approssimarsi della morte. Rare sono le persone che non vengono confrontate da tali interrogativi: "Cosa accadrà alla mia morte? Vi è qualcosa nell’aldilà? Sbatterò contro un muro mentre voi continuate a vivere? Da un’adesione alla fede vengono delle risposte che invitano alla speranza, forti della certezza che "la vita non è tolta, ma trasformata" e che "l’amore di Dio è più forte della morte". Parole echeggiate nel ritornello di una canzone: "Non so nulla del domani, eccetto che l’amore di Dio sorgerà prima del sole"…Non si tratta di evidenze, per cui possono nascere dei dubbi: "Sono credente, ma nessuno è venuto dall’altra parte per dirci cosa c’è di là…". Per chi non crede, a volte emergono pensieri come i seguenti: "Non sono credente, ma a volte invidio coloro che hanno la fede…E…se fosse vero? Non mancano sentimenti d’immortalità intramondana, consistenti nel ricordo dei propri cari, in progetti che hanno contribuito al progresso dell’umanità.

Nell’affrontare insieme al paziente tali interrogativi esistenziali, è importante aiutare il paziente alla soddisfazione di quel bisogno di dépassement, di autosuperamento, che è presente in ogni persona, anche se non sempre avvertito oppure è avvertito in maniera diversa. Si tratta di aprire la persona al mistero, "ad una comprensione più profonda di sé e delle cose, a lasciarsi inquietare da un interrogativo, da un annuncio che supera l’orizzonte abituale, ma che da esso trae sollecitazione. Si tratta di partire dalle esperienze del quotidiano per coglierne, nella luce e nell’ombra di cui sono portatrici, il rimando ad una ricerca, ad una Presenza".

- Bisogno di prendere decisioni morali appropriate. L’avvicnarsi della morte non manca di porre l’individuo di fronte a decisioni di ordine etico, riguardanti la famiglia, gli affari, le situazioni irrisolte. In maniera più acuta si presenta la necessità di fare delle scelte circa le terapie, la sedazione. Il dibattito sull’eutanasia nasce appunto da molte richieste rivolte dai pazienti ai medici perché risolvano il problema della sofferenza e della inaccettabilità della situazione provocando la morte.

Nell’aiutare a soddisfare questo bisogno è necessario tnere conto della scala dei valori della persona, senza ignorare che la domanda eutanasica potrebbe sottendere altre richieste, quali l’assicurazione di una presa in carico affettivo da parte dei familiari e del personale.

- Bisogno di dire addio in maniera serena. La vita confronta l’individuo con un insieme di distacchi, di necessarie rinunce, che trovano nella morte la loro più grande manifestazione. Il bisogno di "dire addio" in maniera adeguata alle persone, alle cose, ai progetti fa parte dell’uomo. Quando viene appropriatamente soddisfatto rende più serena la separazione.

Uno dei modi con cui il malato può soddisfare questo bisogno consiste nel dirsi, cioè nel condividere il proprio vissuto nei confronti delle persone con le quali ha condiviso la propria vita. Ciò riesce benefico non solo per chi parte ma anche per chi rimane.
 
 
6. Identificare il quadro in cui la persona vuole situare il proprio "dibattito" spirituale

Se tutte le persone hanno dei bisogni spirituali, non tutte vogliono esprimerli. Di quelle che desiderano esprimerli, non tutte vogliono discutere dei loro problemi esistenziali e spirituali nel quadro di una visione religiosa. Hanno solo bisogno di parlare con qualcuno. E anche quando questo qualcuno è l’assistente spirituale, il desiderio può rimanere a un livello che non è esplicitamente religioso. Ritorna qui il riferimento all’interlocutore elettivo, ricordato sopra.

In queste situazioni non solo è importante avere un grande spirito di tolleranza verso le diverse concezioni della vita, ma è anche necessario "imparare a non considerare un ateo come qualcuno cui mancherebbe qualcosa, in questo caso la fede, bensì come una persona che vive differentemente il suo presente, comprende il suo passato secondo altri criteri, prepara il suo avvenire secondo altre finalità".
 
 
7. Rispettare il ritmo del paziente

La tentazione di chi accompagna il malato morente in un percorso di crescita spirituale è quello di voler andare troppo in fretta, senza tenere conto del ritmo dell’interlocutore e della sua capacità di ricezione. La strada da seguire è bene indicata dalla seguente citazione: Non venire a me con l’intera verità:/non portarmi l’oceano/se sono assetato/né il cielo/se chiedo luce; /ma donami/un raggio, un suggerimento, un po’ di rugiada./Come l’uccello,/ porto via solo una goccia d’acqua, e come il vento, /solo un granello di sabbia.
 
 
8. Aiutare il morente ad utilizzare le proprie risorse spirituali

In ogni individuo vi è una potenziale risposta a questo interrogativo: cos’è che mi fa vivere? Si tratta di aiutare la persona ad utilizzare tale potenziale, fatto di doti, di cultura, di esperienza, di fede. Nell’ambito delle religioni vengono offerti numerosi aiuti, dalla preghiera ai sacramenti o altre pratiche. In un contesto non credente non mancano le risorse. Conta molto nel rispondere a questo bisogno la modalità di presentare e di offrirti tali risorse.
 
 
Conclusione

"La morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire, può essere nel pieno senso del termine, un compimento". Queste parole di François Mitterand esprimono l’obiettivo dell’accompagnamento spirituale del morente, da qualsiasi prospettiva lo si osservi, umanistica o religiosa. Obiettivo esigente di fronte al quale la persona umana non può che mettersi in atteggiamento di fiduciosa attesa o, per chi crede, di invocazione, come nelle due preghiere che seguono.
 
 


Non farmi brancolare nel buio
ma tieni la mia mente salda nella fede
che sorgerà il giorno
e che apparirà la verità
in tutta la sua chiarezza (R. Tagore).
 
Quando sul mio corpo
(e più ancora nel mio spirito)
comincerà a lasciare i segni l’usura dell’età,
quando s’abbatterà su di me dal di fuori,
o nascerà in me dal di dentro,
il male che diminuisce o porta via con sé,
nel momento doloroso nel quale prenderò coscienza
– di colpo – che sono ammalato
o che divento vecchio,
soprattutto in quell’ultimo momento,
quando sentirò che sto sfuggendo a me stesso,
assolutamente passivo nelle mani delle grandi forze sconosciute
che m’hanno formato,
in tutte queste ore buie, fammi capire, o Signore,
che sei tu (a condizione che la mia fede sia abbastanza grande),
a scostare dolorosamente le fibre del mio essere,
per penetrare fino al midollo della mia sostanza
e portarmi a te"

(P. Teilhard de Chardin).
 

 

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Cure palliative: Spiritualità

 

 

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Durante gli ultimi decenni, il progresso scientifico-tecnico e i cambiamenti socio-culturali hanno causato una notevole evoluzione nell’assistenza di malati morenti. Tra le conseguenze positive di tali trasformazioni merita una particolare attenzione quella riguardante l’accompagnamento spirituale dell’ammalato in fase terminale.

Nel passato, tale aspetto dell’approccio al morente era considerato compito esclusivo degli operatori pastorali, soprattutto del sacerdote. Ad essi i medici affidavano il morente quando non vi era più nulla da fare dal punto di vista sanitario. Tale atteggiamento era frutto dello spiccato orientamento organicistico della medicina che portava ad una visione riduttiva del paziente, considerato più nella sua rilevanza biologica che in quella relazionale e spirituale.

Nel nuovo modo di concepire l’assistenza al morente, l’accompagnamento spirituale tende ad essere inserito nei programmi terapeutici.
Tra i molteplici fattori che hanno contribuito a questo cambiamento di prospettiva, il più importante è costituito dall’affermarsi della filosofia delle Cure Palliative, nelle quale sono confluite intuizioni geniali di alcuni autori, quali Elisabeth Kübler-Ross, Virginia Henderson e Cicely Saunders. Nei loro scritti esse hanno elaborato concetti che risulteranno determinanti per la pratica delle cure palliative. La prima, E. Kübler-Ross, ha messo in evidenza il percorso psico-affettivo-spirituale del malato in fase terminale. Dalle opere della Henderson risalta chiara l’affermazione che per offrire assistenza infermieristica rispettosa della persona, occorre riconoscerne i bisogni; inclusi quelli spirituali. Da parte sua, la Saunders ha messo in luce la componente spirituale del dolore dei pazienti in fin di vita .
Tali concetti, ripresi e sviluppati anche da molteplici altri studi e ricerche, hanno pervaso la filosofia assistenziale degli hospice, sottolineando che la cura del morente deve farsi assistenza fisica, psicologica, morale, spirituale e religiosa, in relazione alla crisi provocata nel soggetto dalla prospettiva della sua morte prossima .

A sostegno della loro filosofia dell’assistenza del malato morente, i promotori delle Cure Palliative hanno potuto contare sulla psicosomatica e le scienze del comportamento orientate umanisticamente, che hanno contribuito a correggere, almeno parzialmente, la visione organicistica della medicina, mettendo in luce la necessità e l’efficacia di un approccio globale o olistico delle persone in situazione di malattia.

Utili sono state anche le ricerche sul rapporto tra la spiritualità, la morte e il morire. Il morire è un processo altamente spirituale; suscita interrogativi concernenti il senso ultimo delle relazioni con sé, con gli altri, con l’universo. In una situazione critica come quella della morte, infatti, la rottura dell’unità soggettiva provoca, nel paziente, uno squilibrio che gli fa toccare con più realismo la misura dei suoi limiti e il senso della finitudine.

Non va, infine, trascurata la forte ricerca di spiritualità presente nella nostra società. Infatti, la questione spirituale è tornata in primo piano. Se ne occupano intellettuali, scrittori, editorialisti, perfino critici d’arte e scienziati. Temi spirituali fanno capolino in riviste e giornali . Lo scienziato Luis-Vincent Thomas afferma: "Il fallimento di un mondo ipertecnicizzato genera un bisogno immenso di spiritualità" . Elaborando la sua affermazione, il medesimo autore parla della nostra cultura tecnico-industriale come di uno specchio in cui appare poco a poco l’immagine d’un uomo nuovo, senza illusioni, senza religione (nel senso tradizionale del termine), il cui corpo e i cui desideri – oggettivati, misurati, valutati – non sarebbero che l’oggetto d’una buona gestione sociale, d’una regolazione ottimale ad opera della medicina, della dietetica, dell’organizzazione sportiva, delle politiche assicurative, senza dimenticare i divertimenti gentilmente organizzati.

Non c’è il rischio che anche il mondo sanitario rifletta, come in uno specchio, l’immagine di un morente ‘gestito’ alla perfezione dal punto di vista tecnico, ma appiattito spiritualmente sotto il pretesto di sottrarlo alla sofferenza?
 
  

I - L'accompagnamento spirituale

  
L’affermare, come avviene nelle Cure Palliative, la rilevanza dell’accompagnamento spirituale del morente impone la domanda sulla natura della spiritualità.

Tale interrogativo potrebbe forse sembrare inutile a chi ha familiarità unicamente con gli scritti relativi al ministero verso i morenti esercitato dai ministri di una determinata religione. A coloro, invece, che prestano attenzione alla riflessione che sta avendo luogo su questo argomento in ambienti e gruppi non confessionali, risulta più che mai pertinente interrogarsi sulla diversità dei significati attribuiti al termine spiritualità.

Assistiamo, infatti, a un movimento che tende a far esistere la spiritualità indipendentemente dalla religione. Sempre più numerosi sono i non credenti che rivendicano la possibilità di vivere delle esperienze e dei valori spirituali senza che vi sia alcun riferimento al religioso e alla fede.

Questa apertura sempre più marcata allo spirituale non è senza ingenerare confusioni. Dietro il termine ‘spiritualità’, infatti, si nascondono un’infinità di concezioni differenti, talvolta anche contraddittorie.

Tenendo conto di questa situazione, appare utile operare alcuni chiarimenti, distinguendo tra spiritualità umana, spiritualità religiosa e spiritualità confessionale, cioè determinata dall’adesione ad un particolare credo religioso.

Secondo alcuni autori, la spiritualità umana va intesa come l’insieme delle aspirazioni, delle convinzioni e dei valori che contribuiscono a organizzare in un progetto unitario la vita dell’uomo, orientando il suo modo di situarsi nei confronti della realtà attraverso le sue scelte e decisioni, la sua apertura alla bellezza, alla relazione…

Così intesa la spiritualità appare come una dimensione essenziale dell’uomo, che coordina tutte le altre dimensioni della persona umana – fisica, psichica, affettiva – verso la propria autorealizzazione entro una determinata situazione di vita.

Fanno parte della dimensione spirituale dell’uomo la scala dei valori, la domanda sul senso della vita, sul perché della presenza nel mondo, la tensione verso la trascendenza, cioè verso qualcosa che supera l’essere umano

Questa domanda di senso, che segna la specificità dell’uomo è presente durante tutto il percorso di una vita, anche se si accentua nei periodi di crisi e specialmente nella vicinanza della morte".

A questo tipo di spiritualità sembra riferirsi, ad esempio, Jung quando scrive: "Fra tutti i miei pazienti nella seconda parte della loro vita, diciamo al di sopra dei 35 anni, non ce n’è stato uno solo il cui problema, in ultima analisi, non fosse quello di trovare una dimensione religiosa alla propria vita. E questo indipendentemente dall’adesione a una credenza particolare o alla appartenenza ad una Chiesa".
Tale definizione di spiritualità – ricerca di senso, affermazione di valori, tensione verso la trascendenza – non presuppone necessariamente una religione anche se, evidentemente, non la esclude.

Quando lo spirituale (i grandi interrogativi e le profonde aspirazioni...) trova la sua sorgente o la sua risposta in una fede e nella relazione con Dio e si esprime attraverso un particolare sistema di credenze, simboli, riti, persone che fanno da mediazione tra Dio e l’uomo, possiamo parlare di spiritualità religiosa, che assume connotazioni specifiche a seconda del credo religioso in cui è inserita (religione cristiana, cattolica, giudea, mussulmana...).

L’attenzione a tale varietà di definizioni della spiritualità e di modi di viverla - resa più acuta dal crescente pluralismo etnico – deve portare, da una parte a un profondo rispetto delle posizioni altrui, accompagnato dall’apprezzamento degli aspetti positivi in essse presenti e, dall’altra, ad un dialogo autentico che sfoci nella valorizzazione degli elementi comuni e in un cammino di crescita.

E’ importante, però, osservare che l’emancipazione dello spirituale nei confronti del religioso non impedisce che in gran parte dei casi la persona cerchi e trovi la risposta ai suoi bisogni spirituali nella religione e, nel contesto italiano, soprattutto nella religione cristiana. Scrive, infatti, il sociologo Franco Garelli: "Pur all’interno d’una dinamica d’incongruenze, la maggioranza degli europei pare informata da un orientamento religioso di fondo, da una generale accettazione dei valori religiosi e delle credenze più importanti della tradizione religiosa. Ci si riconosce complessivamente credenti e cristiani, si è ancorati alla tradizione culturale e religiosa del proprio paese, si condividono alcuni elementi dottrinali di fondo...".
 

II - Quale accompagnamento spirituale?

 La riflessione sulla spiritualità, svolta sopra, è chiamata a concretizzarsi in un efficace accompagnamento spirituale del morente, compito delicato e impegnativo che fa appello all’intelligenza e al cuore, esigendo quindi preparazione a livello di essere, di sapere e anche di saper fare.

A chi spetta?

Nelle Istituzioni e nei programmi delle Cure Palliative a chi spetta tale compito?

Se il riconoscimento di una dimensione spirituale, il cui sviluppo può seguire vie diverse, è accolto da tutti gli operatori, ne deriva che l’attenzione al bisogno spirituale del malato morente è responsabilità dell’intera équipe terapeutica, pur con modalità differenziate. Essa è radicata nella "professionalità" prima che nella "confessionalità" degli operatori.

Tale presa di posizione è presente nella filosofia che anima le istituzioni pionieristiche dell’assistenza dei morenti. Al St. Christopher Hospice di Londra, "... chi soffre dal punto di vista spirituale può aver bisogno dell’aiuto di un membro qualsiasi del personale, non soltanto del cappellano".

Vale qui la teoria dell’interlocutore elettivo, secondo la quale al malato deve essere data l’opportunità di scegliere la persona con cui trattare argomenti di grande importanza per lui

Una modalità molto efficace per coinvolgere tutti nella risposta ai bisogni spirituali del morente è quella attuata nell’ospedale "Royal Victoria" di Montreal, dove parte importante della cura del morente è costituita dalla "creazione di un’atmosfera, in cui colpevolezza, ansietà e paura relative al significato della vita trovino esiti positivi. Solo in questa maniera noi possiamo cercare di trattare il dolore totale del paziente e dei suoi familiari: fisico, psichico, finanziario, interpersonale e spirituale".

Se la risposta ai bisogni spirituali del morente spetta a tutti i componenti dell’équipe terapeutica, ciò non toglie l’importanza della presenza di un assistente spirituale cui spetta svolgere una funzione sia di sensibilizzazione al bisogno spirituale che d’intervento specifico e specializzato. Il far riferimento a uno specialista non contrasta con il compito di rendersi conto della sofferenza e dei bisogni spirituali del morente. Al contrario, esso risponde a quell’esigenza di collaborazione interdisciplinare che dovrebbe caratterizzare in modo particolare le unità di cure palliative.

Nel contesto italiano tale assistente spirituale è solitamente un sacerdote. In alcuni paesi, le Istituzioni sanitarie hanno assunto dei consiglieri laici, detti ‘umanisti’, il cui compito è di accompagnare o di assistere moralmente i malati che non professano alcuna religione. In ogni caso è importante è che il malato abbia la possibilità di incontrare chi l’aiuti a vivere il più serenamente possibile il tratto finale della sua vita.

 
Alcuni passi di un "camminare insieme"

Di questo camminare insieme del morente e dell’accompagnatore spirituale è possibile indicare alcuni passi, in cui ogni operatore, almeno parzialmente, può ritrovarsi.

1. Essere in contatto con la propria spiritualità

Si tratta di una condizione indispensabile che consente di avvicinarsi alle problematiche di una altra persona con quella libertà interiore, necessaria se si vogliono evitare indebite proiezioni e ingiusti condizionamenti.

Significative sono le affermazioni di uno psicologo e di un moralista: "È chiaro – scrive il primo – che un operatore che non è in contatto con la propria spiritualità, non può permettere a un altro individuo di aprirsi alla sua, e può giungere fino a negare, per proiezione, la presenza di questa vita interiore presso l’altro". Il secondo afferma: "L’espressione dei bisogni spirituali da parte dei malati non può non raggiungere lo spazio spirituale personale di ogni accompagnatore. Per questo tale espressione sarà più o meno favorita o impedita". Il progetto di accompagnare il proprio simile fino al termine della vita rimette ciascuno nella verità della sua condizione. Nell’accompagnamento spirituale, infatti, l’uomo è tolto dal suo "divertissement" e ricondotto verso l’autenticità della propria esistenza, confrontato in questa maniera con la propria fine: chi è egli in verità?

Molto appropriate risultano le osservazioni di Cosette Odier, pastore protestante svizzera: "...Per poter accompagnare dei pazienti gravi a livello spirituale, noi dobbiamo essere attenti ai nostri bisogni. Tutti, alla nostra maniera, dobbiamo cercare di meglio comprendere ciò che vi è nel profondo di noi stessi, là dove attingiamo la forza di vivere, la forza di accompagnare coloro che stanno per morire. Tutti dobbiamo tentare di essere "radicati" per poter accettare le diverse forme di spiritualità che appaiono nella nostra vita oggi e aiutare il paziente a percorrere il cammino che è il suo (senza escludere per questo dei cambiamenti) ma che si radica in ciò che egli è. Non siamo lì per imporre un sistema, ma per scoprire insieme la radice del nostro essere, quel ‘soffio di vita’ che ci pervade tutti, qualsiasi sia il nome che vi attribuiamo. Per me esso è lo Spirito Santo, sorgente di vita...".

Ne deriva la necessità, da parte degli operatori, di interrogarsi sulla propria spiritualità, sul sistema di valori che guida la loro esistenza, sulle risposte che nascono nel loro cuore agli interrogativi concernenti il significato della sofferenza e della morte. Solo a questa condizione, "colui che parte e coloro che l’accompagnano, insieme fanno un passo in avanti in umanità".
 
 
2. Considerare la persona umana come un "mistero"

Nelle Istituzioni e nei programmi di Cure Palliative, l’approccio olistico o globale gode di particolare considerazione. Tale approccio, che porta a considerare l’indivisuo nella totalità del suo essere, non è però completo. Resta un passo da compiere; quello che porta a vedere la persona come un mistero, una realtà che non può essere racchiusa completamente entro gli schemi della nostra comprensione. Proprio per il suo carattere misterico, la persona del malato, come ogni altra persona del resto, è portatrice di valori e di risorse che sfuggono alla nostra osservazione, è artefice di un progetto il cui svolgimento segue percorsi originali, condizionati da tanti fattori presenti e passati, radicati nelle esperienze infantili o in quelle recenti, nell’incontro e scontro con tanti individui, nella sue credenze e nella sua fede in Dio. Tale condizione dell’essere umano invita al rispetto, a quel silenzio di sette giorni e sette notti che gli amici di Giobbe hanno osservato davanti al grande infermo, prima di prendere la parola.
 
 
3. Stabilire un rapporto di vicinanza

Percorso in solitudine, il cammino nella valle della sofferenza è duro da compiere; più duro ancora, se tale valle è avvolta d’oscurità. La relazione tra il malato e chi l’assiste costituisce il punto cruciale dell’accompagnamento spirituale. E' opportuno sottolineare che "ogni richiesta che, anche se, a torto o a ragione, pretende di collocarsi su un piano spirituale, è una richiesta umana, si inscrive necessariamente in una realtà umana; essa è sempre, come ricordava Jacques Lacan, domanda d’amore, domanda di una certa felicità, di essere riconosciuto ed amato. È prima di tutto un appello all’amore, a un amore personale, autentico, vero".

Quando si stabilisce tale tipo di rapporto, è possibile favorire nel malato il difficile processo interiore finalizzato ad accettare la realtà, a cogliere il senso di quanto sta vivendo, ad apprezzare quei valori che l’esperienza di sofferenza mette in luce, ad aprirsi ad orizzonti che trascendono quelli terreni e, in una prospettiva cristiana, ad incontrare il Signore, in cui, ogni umana speranza trova il suo fondamento.
 
 
4. Cogliere la domanda di accompagnamento spirituale

Le domande di acompagnamento spirituale da parte dei malati morenti sono più frequenti di quanto possa sembrare ad una osservazione superficiale. A volte vengono espresse in modo esplicito, altre volte implicitamente, attraverso simboli. Significativa è la seguente bella poesia di D. M. Turoldo: "Intanto i giorni si rallentano / uno/più lungo dell’altro / e un altro / ancora più lungo, e la notte / ti esilia / per neri deserti: quelle infinite / lucide notti! E il soffitto / e le pareti / che non sono più: / perduto / in un mare senza sponde. / E l’interminabile corridoio / un tunnel sotto il mare / dove ti accompagna appena / una luce gialla / che balugina / non si sa dove".
 
 
5. Identificare i bisogni spirituali

L’attenzione alla domanda di accompagnamento apre all’identificazione dei bisogni spirituali del morente.

L’attenzione a tali bisogni consente di entrare nello spazio interiore, prendendo coscienza degli effetti causati dalla malattia grave. Nell’offrirne una lista ci limitiamo ai principali: Vari autori hanno elaborato una lista di bisogni spirituali:

– La ricerca di un significato della vita e dell’esperienza vissuta all’approssimarsi della morte. Per il paziente è molto importante trovare un senso a quanto gli accade. Consciamente o inconsciamente egli si pone degli interrogativi esistenziali riguardanti la sofferenza e la morte, situando i suoi interrogativi nel particolare momento che sta vivendo. Si potrebbe dire che tutti i bisogni che verranno enumerati sotto fanno emergere dei perché.

Come aiutare il malato a soddisfare questo bisogno? Un inizio di rispostra a tale interrogativo viene dalla considerazione che il senso della vita e dell’esperienza vissuta nasce quando il paziente riesce a collegare la situazione presente a valori che sono sorgenti di significato: un congiunto, la famiglia, una causa, il senso del compimento, dell’autorealizzazione, il bene degli altri, Dio... Molto spesso, questo processo inizia dalla relazione significativa con l’accompagnante o uno degli accompagnanti. "Una sofferenza è significativa solo quando è vissuta ‘per amore di’... altro da sé".

- Il bisogno di essere e di continuare ad essere considerato un "soggetto". La malattia grave, infatti, si presenta come una minaccia all’integrità fisica, psichica e spirituale del morente. Inoltre, certi tipi di terapie e di assistenza, cui egli è soggetto, possono aggravare tale minaccia. In tale situazione, il paziente può avvertire la sensazione di essere in balia di forze che lo schiacciano e di fronte alle quali si sente impotente. In effetti, la malattia e la morte costituiscono la più grande ferita al narcisismo umano, l’irruzione della realtà nell’immaginario che porta l’individuo a credersi invulnerabile e immortale. Ha senso continuare a vivere in ino stato di degrado fisico e psichico, quando il corpo non risponde più come nel passato e la psiche perde.

L’insoddisfazione di questo bisogno si esprime in molteplici modi: la paura, la vergogna, il desiderio di "scomparire", l’aggressività verso tutto e tutti…

L’aiuto offerto al malato per soddisfare questa esigenza consiste nel veicolare attenzione e comprensione attraverso vicinanza fisica e ascolto. E’ questo il cammino per rendere credibile a un malato credente che, anche in quella particolare condizione, egli vale agli occhi di Dio.

- Bisogno di riconciliazione. È molto frequente che un malato in fase terminale presenti un bisogno profondo di riconciliazione. Nel corso della fase finale dell’esistenza, lo sguardo sul passato presenta la complessità di un vissuto spesso contraddittorio, tessuto di vittorie e d’insuccessi, di tenebre e di luce. Il malato può facilmente nutrire sentimenti di colpevolezza, ai quali spesso si aggiunge l’incapacità di accettarsi, di dire sì al passato, di riconoscere il positivo della sua attività. Davide Maria Turoldo parla del "rimorso della colpa più grave di non essermi lasciato amare".

Per soddisfare questo bisogno, si può ricorrere a una rilettura della vita passata che porti ad elaborare un bilancio di quanto è stato vissuto e compiuto.Tale operazione può portare a gettare uno sguardo nuovo sull’esperienza passata sia per valorizarla sia per accettarla nei suoi limiti. Per il credente, il sacramento della riconciliazione costituisce un mezzo efficace tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello spirituale.

- Bisogno di sentirsi in comunione con gli altri. Da solo, difficilmente il malato riuscirà ad affrontare il cambattimento che lo attende in prossimità della morte. Si tratta dell’esigenza di appartenere a un gruppo (famiglia, associazioni…), con il quale si condividono affetti, ideali e valori e al quale può essere affidata la continuazione dei progetti che la morte impedisce di realizzare. Da alcune recenti inchieste risulta che la rappresentazione fantasmatica della ‘buona morte’, include, presso i nostri contemporanei, "la presenza e la prossimità di coloro che ci sono familiari, degni di fiducia, amati".

Un ruolo essenziale per la soddisfazione di questo bisogno è giocato dalla famiglia, dalla comunità ecclesiale e da altri raggruppamenti significativi per il malato. In un’ottica cristiana, la dottrina della comunione dei santi offre un aiuto per mantenere il senso di comunione con coloro che si lasciano.

- Bisogno di rispondere a interrogativi esistenziali, resi acuti dall’approssimarsi della morte. Rare sono le persone che non vengono confrontate da tali interrogativi: "Cosa accadrà alla mia morte? Vi è qualcosa nell’aldilà? Sbatterò contro un muro mentre voi continuate a vivere? Da un’adesione alla fede vengono delle risposte che invitano alla speranza, forti della certezza che "la vita non è tolta, ma trasformata" e che "l’amore di Dio è più forte della morte". Parole echeggiate nel ritornello di una canzone: "Non so nulla del domani, eccetto che l’amore di Dio sorgerà prima del sole"…Non si tratta di evidenze, per cui possono nascere dei dubbi: "Sono credente, ma nessuno è venuto dall’altra parte per dirci cosa c’è di là…". Per chi non crede, a volte emergono pensieri come i seguenti: "Non sono credente, ma a volte invidio coloro che hanno la fede…E…se fosse vero? Non mancano sentimenti d’immortalità intramondana, consistenti nel ricordo dei propri cari, in progetti che hanno contribuito al progresso dell’umanità.

Nell’affrontare insieme al paziente tali interrogativi esistenziali, è importante aiutare il paziente alla soddisfazione di quel bisogno di dépassement, di autosuperamento, che è presente in ogni persona, anche se non sempre avvertito oppure è avvertito in maniera diversa. Si tratta di aprire la persona al mistero, "ad una comprensione più profonda di sé e delle cose, a lasciarsi inquietare da un interrogativo, da un annuncio che supera l’orizzonte abituale, ma che da esso trae sollecitazione. Si tratta di partire dalle esperienze del quotidiano per coglierne, nella luce e nell’ombra di cui sono portatrici, il rimando ad una ricerca, ad una Presenza".

- Bisogno di prendere decisioni morali appropriate. L’avvicnarsi della morte non manca di porre l’individuo di fronte a decisioni di ordine etico, riguardanti la famiglia, gli affari, le situazioni irrisolte. In maniera più acuta si presenta la necessità di fare delle scelte circa le terapie, la sedazione. Il dibattito sull’eutanasia nasce appunto da molte richieste rivolte dai pazienti ai medici perché risolvano il problema della sofferenza e della inaccettabilità della situazione provocando la morte.

Nell’aiutare a soddisfare questo bisogno è necessario tnere conto della scala dei valori della persona, senza ignorare che la domanda eutanasica potrebbe sottendere altre richieste, quali l’assicurazione di una presa in carico affettivo da parte dei familiari e del personale.

- Bisogno di dire addio in maniera serena. La vita confronta l’individuo con un insieme di distacchi, di necessarie rinunce, che trovano nella morte la loro più grande manifestazione. Il bisogno di "dire addio" in maniera adeguata alle persone, alle cose, ai progetti fa parte dell’uomo. Quando viene appropriatamente soddisfatto rende più serena la separazione.

Uno dei modi con cui il malato può soddisfare questo bisogno consiste nel dirsi, cioè nel condividere il proprio vissuto nei confronti delle persone con le quali ha condiviso la propria vita. Ciò riesce benefico non solo per chi parte ma anche per chi rimane.
 
 
6. Identificare il quadro in cui la persona vuole situare il proprio "dibattito" spirituale

Se tutte le persone hanno dei bisogni spirituali, non tutte vogliono esprimerli. Di quelle che desiderano esprimerli, non tutte vogliono discutere dei loro problemi esistenziali e spirituali nel quadro di una visione religiosa. Hanno solo bisogno di parlare con qualcuno. E anche quando questo qualcuno è l’assistente spirituale, il desiderio può rimanere a un livello che non è esplicitamente religioso. Ritorna qui il riferimento all’interlocutore elettivo, ricordato sopra.

In queste situazioni non solo è importante avere un grande spirito di tolleranza verso le diverse concezioni della vita, ma è anche necessario "imparare a non considerare un ateo come qualcuno cui mancherebbe qualcosa, in questo caso la fede, bensì come una persona che vive differentemente il suo presente, comprende il suo passato secondo altri criteri, prepara il suo avvenire secondo altre finalità".
 
 
7. Rispettare il ritmo del paziente

La tentazione di chi accompagna il malato morente in un percorso di crescita spirituale è quello di voler andare troppo in fretta, senza tenere conto del ritmo dell’interlocutore e della sua capacità di ricezione. La strada da seguire è bene indicata dalla seguente citazione: Non venire a me con l’intera verità:/non portarmi l’oceano/se sono assetato/né il cielo/se chiedo luce; /ma donami/un raggio, un suggerimento, un po’ di rugiada./Come l’uccello,/ porto via solo una goccia d’acqua, e come il vento, /solo un granello di sabbia.
 
 
8. Aiutare il morente ad utilizzare le proprie risorse spirituali

In ogni individuo vi è una potenziale risposta a questo interrogativo: cos’è che mi fa vivere? Si tratta di aiutare la persona ad utilizzare tale potenziale, fatto di doti, di cultura, di esperienza, di fede. Nell’ambito delle religioni vengono offerti numerosi aiuti, dalla preghiera ai sacramenti o altre pratiche. In un contesto non credente non mancano le risorse. Conta molto nel rispondere a questo bisogno la modalità di presentare e di offrirti tali risorse.
 
 
Conclusione

"La morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire, può essere nel pieno senso del termine, un compimento". Queste parole di François Mitterand esprimono l’obiettivo dell’accompagnamento spirituale del morente, da qualsiasi prospettiva lo si osservi, umanistica o religiosa. Obiettivo esigente di fronte al quale la persona umana non può che mettersi in atteggiamento di fiduciosa attesa o, per chi crede, di invocazione, come nelle due preghiere che seguono.
 
 


Non farmi brancolare nel buio
ma tieni la mia mente salda nella fede
che sorgerà il giorno
e che apparirà la verità
in tutta la sua chiarezza (R. Tagore).
 
Quando sul mio corpo
(e più ancora nel mio spirito)
comincerà a lasciare i segni l’usura dell’età,
quando s’abbatterà su di me dal di fuori,
o nascerà in me dal di dentro,
il male che diminuisce o porta via con sé,
nel momento doloroso nel quale prenderò coscienza
– di colpo – che sono ammalato
o che divento vecchio,
soprattutto in quell’ultimo momento,
quando sentirò che sto sfuggendo a me stesso,
assolutamente passivo nelle mani delle grandi forze sconosciute
che m’hanno formato,
in tutte queste ore buie, fammi capire, o Signore,
che sei tu (a condizione che la mia fede sia abbastanza grande),
a scostare dolorosamente le fibre del mio essere,
per penetrare fino al midollo della mia sostanza
e portarmi a te"

(P. Teilhard de Chardin).
 

 

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