Cure palliative: Gestione del malato

 

 

Nuovi percorsi di cura per gli ammalati di tumore:

“Cancer Rehabilitation”

 

  

Che l’incidenza dei tumori è in aumento, e che le cifre sono da paura, non è una novità. Forse ci accorgiamo di meno che aumenta anche la sopravvivenza e che queste variazioni stanno cambiando notevolmente l’approccio alle cure. La recente giornata di studio “Cancer Rehabilitation”, organizzata dalla SIMFER (Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa) in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, con l’obiettivo di mettere a fuoco i nuovi bisogni e le modalità di riabilitazione della persona colpita da malattia oncologica, si è rivelata di grande attualità e interesse.

Ci sono stati incredibili progressi nella diagnosi precoce, la prevenzione, la chemioterapia, la radioterapia e negli approcci chirurgici, ma gravi carenze in vari altri ambiti come la riabilitazione, il distress psicosociale e la gestione del dolore; e il benessere negletto ha prodotto una sofferenza non necessaria, prima di tutto a causa della mancata individuazione dei problemi. Spesso si spende moltissimo per la diagnosi e la terapia “e poco o quasi nulla per il “funzionamento” dell’uomo sopravvissuto, ossia della sua qualità di vita”. I trattamenti funzionali attivati per altri pazienti, infatti, non sono estesi agli ammalati oncologici, anche perché fino ad oggi ha prevalso un atteggiamento molto pregiudiziale nei confronti del tumore: si era così tanto associato al cancro l’idea dell’ineluttabilità, delle sue conseguenze estreme, che ci si accontenta dell’obiettivo di sopravvivere, o almeno “un po’ di più”...

Il miglioramento della diagnosi precoce, infatti, anche grazie allo screening, ha aumentato notevolmente la sopravvivenza che - globalmente presa per i vari tipi di tumore - ha raggiunto il 64% a cinque anni.  Tuttavia molti dei sopravvissuti, ha precisato il responsabile scientifico prof. Nino Basaglia, avendo perso tutta una serie di potenzialità che avevano prima della malattia, hanno dei bisogni non rilevati e devono “lottare con una schiera di conseguenze che comprendono gli effetti tossici avversi del trattamento che spesso lascia i sopravvissuti inutilmente disabili o, al massimo, abili in determinate funzioni, ma non li aiuta a raggiungere i loro possibili livelli funzionali precedenti”. Sopravvivono, ma molti non vivono bene. Solo il 25% riprende il lavoro precedente.

Un nuovo modello bio-psicosociale di assistenza al malato sta incominciando a fare la sua comparsa accanto a quello bio-medico. Esso ottiene un aumento di soddisfazione da parte del paziente e la sua maggiore collaborazione e quindi migliori risultati. Centrata sulla persona, e non più sulla tecnologia, sull’ospedale o sul medico, il nuovo approccio comporta un team interdisciplinare e la presa in carico della persona con i suoi bisogni, non una semplice prestazione. Il team multidisciplinare prevedeva diverse specializzazioni, ma ciascuna a suo tempo. Quello interdisciplinare, invece, richiede la progettazione del percorso di cura da parte dei vari specialisti, insieme al paziente, fin dalla diagnosi. Per il tumore al polmone, ad esempio, è utile fare riabilitazione prima ancora di intervenire chirurgicamente.

Il modello “Simultaneous Care”, già in sperimentazione in regione, ha per obiettivo l’attuazione di percorsi appropriati e ambienti idonei per rispondere ai bisogni assistenziali del paziente oncologico, dunque percorsi personalizzati. Si basa sulla presa in carica globale del paziente fin dalla fase precoce di malattia e richiede competenza relazionale e tecnica. In effetti, per conoscere le reali preoccupazioni del paziente occorrono competenza, disponibilità e volontà; la comunicazione è una “componente critica” dell’erogazione dei servizi sanitari.

La sfida che si pone oggi agli operatori sanitari in questo settore sta nel costruire dei percorsi finalizzati a migliorare la qualità della vita, indicando anche le soluzioni per i processi riabilitativi, ed evitare così che le decisioni siano prese dall’economia.

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Cure palliative: Gestione del malato

 

 

Nuovi percorsi di cura per gli ammalati di tumore:

“Cancer Rehabilitation”

 

  

Che l’incidenza dei tumori è in aumento, e che le cifre sono da paura, non è una novità. Forse ci accorgiamo di meno che aumenta anche la sopravvivenza e che queste variazioni stanno cambiando notevolmente l’approccio alle cure. La recente giornata di studio “Cancer Rehabilitation”, organizzata dalla SIMFER (Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa) in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, con l’obiettivo di mettere a fuoco i nuovi bisogni e le modalità di riabilitazione della persona colpita da malattia oncologica, si è rivelata di grande attualità e interesse.

Ci sono stati incredibili progressi nella diagnosi precoce, la prevenzione, la chemioterapia, la radioterapia e negli approcci chirurgici, ma gravi carenze in vari altri ambiti come la riabilitazione, il distress psicosociale e la gestione del dolore; e il benessere negletto ha prodotto una sofferenza non necessaria, prima di tutto a causa della mancata individuazione dei problemi. Spesso si spende moltissimo per la diagnosi e la terapia “e poco o quasi nulla per il “funzionamento” dell’uomo sopravvissuto, ossia della sua qualità di vita”. I trattamenti funzionali attivati per altri pazienti, infatti, non sono estesi agli ammalati oncologici, anche perché fino ad oggi ha prevalso un atteggiamento molto pregiudiziale nei confronti del tumore: si era così tanto associato al cancro l’idea dell’ineluttabilità, delle sue conseguenze estreme, che ci si accontenta dell’obiettivo di sopravvivere, o almeno “un po’ di più”...

Il miglioramento della diagnosi precoce, infatti, anche grazie allo screening, ha aumentato notevolmente la sopravvivenza che - globalmente presa per i vari tipi di tumore - ha raggiunto il 64% a cinque anni.  Tuttavia molti dei sopravvissuti, ha precisato il responsabile scientifico prof. Nino Basaglia, avendo perso tutta una serie di potenzialità che avevano prima della malattia, hanno dei bisogni non rilevati e devono “lottare con una schiera di conseguenze che comprendono gli effetti tossici avversi del trattamento che spesso lascia i sopravvissuti inutilmente disabili o, al massimo, abili in determinate funzioni, ma non li aiuta a raggiungere i loro possibili livelli funzionali precedenti”. Sopravvivono, ma molti non vivono bene. Solo il 25% riprende il lavoro precedente.

Un nuovo modello bio-psicosociale di assistenza al malato sta incominciando a fare la sua comparsa accanto a quello bio-medico. Esso ottiene un aumento di soddisfazione da parte del paziente e la sua maggiore collaborazione e quindi migliori risultati. Centrata sulla persona, e non più sulla tecnologia, sull’ospedale o sul medico, il nuovo approccio comporta un team interdisciplinare e la presa in carico della persona con i suoi bisogni, non una semplice prestazione. Il team multidisciplinare prevedeva diverse specializzazioni, ma ciascuna a suo tempo. Quello interdisciplinare, invece, richiede la progettazione del percorso di cura da parte dei vari specialisti, insieme al paziente, fin dalla diagnosi. Per il tumore al polmone, ad esempio, è utile fare riabilitazione prima ancora di intervenire chirurgicamente.

Il modello “Simultaneous Care”, già in sperimentazione in regione, ha per obiettivo l’attuazione di percorsi appropriati e ambienti idonei per rispondere ai bisogni assistenziali del paziente oncologico, dunque percorsi personalizzati. Si basa sulla presa in carica globale del paziente fin dalla fase precoce di malattia e richiede competenza relazionale e tecnica. In effetti, per conoscere le reali preoccupazioni del paziente occorrono competenza, disponibilità e volontà; la comunicazione è una “componente critica” dell’erogazione dei servizi sanitari.

La sfida che si pone oggi agli operatori sanitari in questo settore sta nel costruire dei percorsi finalizzati a migliorare la qualità della vita, indicando anche le soluzioni per i processi riabilitativi, ed evitare così che le decisioni siano prese dall’economia.

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