Cure palliative: Comunicazione

 

 

Una sfida: la verità al malato

 

  

   

Dire la verità può rappresentare una vera sfida nella pratica clinica, specie quando si tratta di una prognosi dall’esito negativo.

In un articolo in The Lancet Ranjana Srivastava racconta del suo rapporto professionale con una giovane mamma in fase terminale. La donna aveva sopportato molti cicli di chemioterapia che, dal punto di visto clinico, erano destinati a fallire, ma li aveva affrontati credendo di guarire. Secondo l’autrice, i pazienti che riescono a discutere i loro desideri per la fine della vita spesso si sottopongono a meno interventi futili e passano più tempo di qualità con i propri cari.

In passato, ai tempi del paternalismo medico, alcuni medici non dicevano la verità quando vedevano che la discrezione poteva essere di beneficio al paziente. Con la maggiore autonomia del paziente e gli sviluppi nei trattamenti, l’approccio alla comunicazione della verità è sostanzialmente cambiato. In molti paesi i codici legale e deontologico si sono evoluti per includere la comunicazione ed il consenso informato. I pazienti sono sempre più coinvolti nei processi decisionali che riguardano la diagnosi e il trattamento. Inoltre i progressi nelle cure palliative hanno permesso ai clinici di spostare i loro obiettivi dalla guarigione, quando non è possibile, alla palliazione creando la necessità di discutere la transizione apertamente con i pazienti.

Il modo in cui si comunica una prognosi infausta può creare un impatto profondo non solo sul paziente ed i suoi parenti, ma anche sugli stessi sanitari. A causa di una formazione inadeguata, molti medici trovano il processo stressante ed affrontano con difficoltà le proprie emozioni di dispiacere, colpa, identificazione e frustrazione. Dall’altro canto, la percezione del paziente per quanto riguarda la comunicazione avrà un impatto enorme sul suo atteggiamento nei confronti dei clinici.

Sapere se, quando e come dire una verità difficile è un’abilità essenziale per i sanitari.

Esistono diverse linee guida. Dire la verità non è più un atto unidirezionale con il medico che dà l’informazione. I pazienti hanno bisogno di esprimere le proprie emozioni e fare domande in un ambiente riservato. Bisogna tener presente l’autonomia, benessere psicologico, background culturale, credo religioso e supporto sociale del paziente. Dire la verità include essere onesti riguardo a ciò che il clinico non sa, oltre all’incertezza inerente alla medicina. Dire la verità va oltre la comunicazione dei fatti biomedici. Comporta umanità. 

Fonte:

www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2811%2961524-9/fulltext?elsca1=ETOC-LANCET&elsca2=email&elsca3=segment

    

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Una sfida: la verità al malato

 

  

   

Dire la verità può rappresentare una vera sfida nella pratica clinica, specie quando si tratta di una prognosi dall’esito negativo.

In un articolo in The Lancet Ranjana Srivastava racconta del suo rapporto professionale con una giovane mamma in fase terminale. La donna aveva sopportato molti cicli di chemioterapia che, dal punto di visto clinico, erano destinati a fallire, ma li aveva affrontati credendo di guarire. Secondo l’autrice, i pazienti che riescono a discutere i loro desideri per la fine della vita spesso si sottopongono a meno interventi futili e passano più tempo di qualità con i propri cari.

In passato, ai tempi del paternalismo medico, alcuni medici non dicevano la verità quando vedevano che la discrezione poteva essere di beneficio al paziente. Con la maggiore autonomia del paziente e gli sviluppi nei trattamenti, l’approccio alla comunicazione della verità è sostanzialmente cambiato. In molti paesi i codici legale e deontologico si sono evoluti per includere la comunicazione ed il consenso informato. I pazienti sono sempre più coinvolti nei processi decisionali che riguardano la diagnosi e il trattamento. Inoltre i progressi nelle cure palliative hanno permesso ai clinici di spostare i loro obiettivi dalla guarigione, quando non è possibile, alla palliazione creando la necessità di discutere la transizione apertamente con i pazienti.

Il modo in cui si comunica una prognosi infausta può creare un impatto profondo non solo sul paziente ed i suoi parenti, ma anche sugli stessi sanitari. A causa di una formazione inadeguata, molti medici trovano il processo stressante ed affrontano con difficoltà le proprie emozioni di dispiacere, colpa, identificazione e frustrazione. Dall’altro canto, la percezione del paziente per quanto riguarda la comunicazione avrà un impatto enorme sul suo atteggiamento nei confronti dei clinici.

Sapere se, quando e come dire una verità difficile è un’abilità essenziale per i sanitari.

Esistono diverse linee guida. Dire la verità non è più un atto unidirezionale con il medico che dà l’informazione. I pazienti hanno bisogno di esprimere le proprie emozioni e fare domande in un ambiente riservato. Bisogna tener presente l’autonomia, benessere psicologico, background culturale, credo religioso e supporto sociale del paziente. Dire la verità include essere onesti riguardo a ciò che il clinico non sa, oltre all’incertezza inerente alla medicina. Dire la verità va oltre la comunicazione dei fatti biomedici. Comporta umanità. 

Fonte:

www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2811%2961524-9/fulltext?elsca1=ETOC-LANCET&elsca2=email&elsca3=segment

    

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