Cure palliative: Dolore

 

 

Da vittima della sofferenza a testimone del dolore

            

 

                                Estratto da:
        Martin Laird o.s.a., Into the Silent Land,
                   OUP, 2006, pp. 106-110.
Per gentile concessione di Oxford University Press.
                     (La traduzione è nostra)

  

Se vuoi conoscere la vera natura della paura, guardala in faccia. Paura, rabbia, invidia – qualsiasi pensiero o sentimento che affligge – non regge allo sguardo diretto. Ma se consideriamo e ci alimentiamo di quello che ci raccontiamo della nostra paura, rabbia, invidia e così via, l’afflizione prospera. L’afflizione si nutre del rumore della mente che commenta e chiacchiera. [...]

Guardando in faccia la paura, prima che la mente possa aggiungere la sua elucubrazione, vediamo che la paura non è quello che pensavamo; non è che “una massa di pensieri e sentimenti e una tensione antipatica nel corpo”.

Ciò che abbiamo osservato della paura si può notare in quasi ogni lotta contro i pensieri e sentimenti che ci affliggono. Dobbiamo passare dall’essere vittima di questi pensieri a esserne testimoni. Di solito passiamo moltissimi anni come vittimi. Siamo prigionieri di una mente chiacchierona. Gradualmente impariamo a distinguere un semplice pensiero o emozione dal chiacchiericcio, e scopriamo una stabilità interiore che diventa il silenzio di Dio.

Elisabetta era un’autorità mondiale di ireos. [...] L’inizio di una rara malattia autoimmune ha bloccato di colpo tutta la sua attività. La malattia l’ha lasciata con un dolore intenso e quasi sempre alettata. La medicazione faceva poco. Di solito riuscivo a fare solo pochi passi nel suo giardino e serra per ispezionare gli ireos.

Il suo dolore era semplicemente là. Ma la sua mente attiva non poteva lasciarlo stare; lo toccava, incideva, grattava: “Perché è successo?”, “Chi si prenderà cura di me?”, “Come farò a pagare tutto questo?”. C’erano dei momenti nella giornata in cui il dolore s’intensificava e i suoi pensieri diventavano: “Non sarebbe meglio morire?”, “Non voglio essere di peso agli altri”, oppure “Perché Dio mi castiga?”. Appena i pensieri si fermavano guardava l’orologio anticipando la prossima lotta. “I miei pensieri sono un branco di iene. Rendono insopportabile il dolore.” [...]

Elisabetta conosceva bene la pratica contemplativa, ma diceva che l’aveva “pressoché limitata agli aeroporti, ai viaggi in treno e per sopportare le omelie noiose.” Tuttavia, con l’inizio della malattia, il proprio benessere spirituale le era divenuto di maggiore importanza e così aveva stabilito una disciplina regolare durante la giornata. [...] Prestando attenzione alla parola della preghiera e al proprio respiro, anziché ai pensieri che la torturavano, la fissava nel momento presente e la aiutava gradualmente a distinguere il dolore dal commentario su di esso.

La sua riscoperta della preghiera ha portato frutto non soltanto come una più profonda consapevolezza della continua presenza di Dio, ma anche perché è diventata capace di vedere come il dramma della mente che commenta sempre aggiunge sofferenza alla sofferenza. Di conseguenza ha scoperto diverse cose importanti riguardo al dolore.

I pensieri sul dolore sono peggiori dello stesso dolore. “La sofferenza è ciò che la tua mente fa del dolore”, ha detto. “Una mente silenziosa non conosce la sofferenza”. Il cercare di allontanare il dolore aumenta la sofferenza. Nel suo caso non c’era questione di porre termine al dolore, ma per la sofferenza poteva fare qualcosa. Se riusciva a rimanere ferma di fronte al dolore e non lottare, si sentiva viva e consapevole. Gradualmente è riuscita a lasciar cadere la richiesta che il dolore sparisse quando, in effetti, c’era ancora.

Semplicemente imparando a rimanere calma di fronte al dolore ha imparato a penetrarlo. Il dolore ha un centro. Questo centro è il silenzio. Quando la sua attenzione non era presa dai pensieri sul dolore, poteva rimanere ferma di fronte al centro. In questo centro silenzioso si sentiva più vicina a Dio, quindi ci ritornava appena poteva. Non molto tempo dopo questa scoperta ha realizzato la conquista della sua vita.

La mente rappacificata le permetteva di vedere che il silenzio non è separato dal dolore. Certo, il silenzio non è dolore, ma neanche il dolore è separato dal silenzio; tuttavia se si perdeva in pensieri sul dolore, allora tornava a soffrire. Ma ciò che ha portato un cambiamento definitivo per il resto del tempo prima della morte era la realizzazione che in questo stesso silenzio c’era la comunione con tutti, una solidarietà di amore con tutta l’umanità. La consapevolezza di questo era tutt’uno con la sua coscienza di Dio. Questa realizzazione si esprimeva – anche quando era alettata – come dimenticanza di sé e attenzione amorosa a tutti quelli che incontrava.

I sanitari, familiari e amici venivano per assisterla e tornavano via sentendosi aiutati da lei. Finivano con parlare dei propri problemi, del proprio dolore di vivere. Lei diceva: “Non pensare al dolore. Sta calmo di fronte al dolore.” Non supponeva di dare, e loro non intendevano ricevere. Ma più riusciva ad abbandonarsi al silenzio amoroso che stava al centro del suo dolore, più diventava veicolo di questo silenzio amoroso.

Lo scrittore medico Steven Levine osserva: “La vera guarigione avviene quando penetriamo così profondamente nel nostro dolore che lo vediamo, non soltanto come nostro, ma come il dolore di tutti. Scoprire che il mio dolore non appartiene solo a me è immensamente commovente e di sostegno”. E’ precisamente questo che Elisabetta ha scoperto del dolore. Se riusciva a fare silenzio dentro di sé in mezzo al dolore, e non lasciarsi coinvolgere nel commentare sul dolore, l’isolamento spariva e ciò che trovava, persino in mezzo al dolore, era la comunione con tutti nel silenzio di Dio.

Lasciando cadere la richiesta che il dolore sia diverso da quello che è in un dato momento, Elisabetta è passata dall’essere vittima della sofferenza a essere testimone del dolore. Aveva male, ma non soffriva. [...] Questa sottile trasformazione è stata espressa meravigliosamente da Simone Weil. “Due prigionieri, le cui celle sono confinanti, comunicano tra di loro bussando sulla parete. La parete è ciò che li separa, ma è anche il loro mezzo di comunicazione. E’ lo stesso tra noi e Dio. Ogni separazione è un legame”.

La chiave per aprire la porta di questa scoperta – che “ogni separazione è un legame” – è il silenzio. Che si tratti di dolore fisico o emozionale, fermati di fronte a questo dolore finché non vedi il suo centro silenzioso che contiene tutto l’universo. “Fermatevi e sappiate che io sono Dio” (Sal.46,11).

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