Cure palliative: Etica

 

 

La "verità" dovuta: una questione etico-educativa

(Dal saggio: La vita come risorsa, interpretazione e responsabilità, pubblicato come 3° Quaderno dell'Oasi)

 

Pierluigi Malavasi

  

 

 

 

 
Un luogo topico, che esemplifica la necessità della formazione di un’etica della vita fin nelle sue ultime fasi, è ben noto sotto il titolo, divenuto banale, della verità dovuta a coloro che stanno per morire. Al proposito, il conflitto si apre fra due atteggiamenti estremi: dire la verità, senza tenere conto della capacità del morente di riceverla, per puro rispetto ad un principio che si suppone non possa tollerare alcuna eccezione; oppure mentire consapevolmente, per timore di trasformare in tortura l’agonia di un essere amato, indebolendone le forze residue che lottano contro la morte. Un atteggiamento intenzionalmente educativo consiste, in queste drammatiche circostanze, nell’individuare i comportamenti “giusti” appropriati alla singolarità dei casi, senza cadere in balìa dell’arbitrio.

Nella prospettiva di un’educazione lungo tutto l’arco della vita, la saggezza pratica a cui sono chiamati coloro che “accompagnano” il morente richiede una paradossale consapevolezza. Questa implica la responsabilità di vivere un rapporto interpersonale dove la sofferenza, che in modo proteiforme pervade i corpi, i vissuti e i contesti relazionali, non deve prevalere sulla reciprocità educativa, sull’affettuosa e sollecita vicinanza, sulla felicità dei vissuti che unisce il morente a colui che ne condivide il dolore. Il termine “felicità” può di primo acchito sorprendere eppure reputo che nella questione della verità dovuta a coloro che stanno per morire si riveli la stessa verità ovvero compiutezza (e quindi felicità) del senso dell’agire etico-educativo.

“Non c’è etica senza idea di una vita felice” ricorda P. Kemp in Èthique et Mèdècine. La felicità, considerata “come una pratica comune del dare e del ricevere fra persone libere, non entra in assoluto contrasto con la sofferenza e con l’angoscia di fronte alla morte”. Certo, in assenza di un’elaborazione etico-educativa del rapporto tra sofferenza e felicità, la preoccupazione di non “far soffrire” in alcun modo coloro che stanno per morire finisce con l’instaurare il “dovere” di mentire ai malati giunti al termine della loro vita. La responsabilità di scelte laceranti, per altro, non può essere attribuita da un mero disposto legislativo e, allo stesso tempo, atteggiamenti ispirati da una saggezza pratica non possono trasformare in regola un’eccezione alla regola. In certi casi, bisogna avere compassione per coloro che sono troppo deboli moralmente e fisicamente per intendere la verità. In certi altri bisogna saper dosare la comunicazione di questa verità: una cosa è nominare la malattia, un’altra è rivelarne il grado di gravità e le poche possibilità di sopravvivenza, un’altra scagliare la verità clinica come una condanna a morte. Ma ci sono anche situazioni, più numerose di quanto si possa credere, nelle quali comunicare la verità può favorire l’eventualità di una condivisione, in cui il dare e il ricevere si scambiano all’interno della morte “accettata”. Questa interpretazione, educativamente significativa, della “verità sulla vita che finisce” induce a riflettere sui termini ambigui del dibattito riguardante l’eutanasia.

Un secondo luogo topico, che illustra il compito etico-educativo di assumere scelte orientate in modo responsabile, è rappresentato dalla formazione all’accompagnamento nelle ultime fasi della vita. La riflessione pedagogica, proprio nella prospettiva di un’educazione lungo tutto l’arco dell’esistenza, non può sottrarsi alle questioni di senso suscitate dalle pratiche rivolte ad accompagnare i morenti. Il malato terminale costituisce un residuo biologico, la cui vita è da abbreviare quanto più è possibile, o è una persona capace fino all’ultimo di instaurare una relazione, pur nella “passività” dolorosa e agonica, e di pervenire a un compimento proprio nella terminalità estrema del morire ?

Ben deliberare riguardo al tempo dell’esistenza implica l’educazione alla ricerca del valore della persona in tutte le età della vita. I molteplici risvolti, di carattere giuridico e medico-assistenziale, psicologico e filosofico non riducono ma amplificano la risonanza delle scelte bioetico-pedagogiche.

Da una parte c’è la possibilità della negazione e del controllo, che consiste: nel proteggere a ogni costo il malato terminale dalla coscienza di una condizione che pure egli sperimenta; nell’attivare tutti mezzi atti a difendere familiari e personale sanitario dalla vicinanza della morte; nell’orientare ogni azione sensata e qualsiasi sforzo nella lotta contro il decesso, sia attraverso il tentativo di prolungare la vita con qualsiasi mezzo sia con la propensione ad accelerare la morte. Dall’altra parte si apre, invece, la possibilità della consapevolezza educativa, favorita dalla significanza dell’accompagnamento, che si attua: nel riconoscere i limiti della medicina, decidendo di astenersi o interrompere trattamenti sproporzionati; nel riconsiderare gli obiettivi terapeutici del “guarire” nella prospettiva del “prendersi cura”, orientando gli interventi all’ascolto e alla condivisone, all’espressione di sentimenti e desiderii; nel reputare la vicinanza al malato terminale un luogo dove formare alla dignità del morire, opponendosi alla tentazione di affrettare la cessazione delle attività vitali.

La riflessione pedagogica riguardante due temi emblematici della coscienza contemporanea della morte, come la verità dovuta ai malati gravi e il senso del loro accompagnamento, aiuta a comprendere la rilevanza delle implicazioni educative legate all’accanimento terapeutico e all’eutanasia. Tali implicazioni suggeriscono di considerare in un’altra prospettiva il prolungamento arbitrario della vita e la decisione di anticipare attivamente la fine, interpretandone i presupposti antropologici soggiacenti.

 
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La verità dovuta

Cure palliative: Etica

 

 

La "verità" dovuta: una questione etico-educativa

(Dal saggio: La vita come risorsa, interpretazione e responsabilità, pubblicato come 3° Quaderno dell'Oasi)

 

Pierluigi Malavasi

  

 

 

 

 
Un luogo topico, che esemplifica la necessità della formazione di un’etica della vita fin nelle sue ultime fasi, è ben noto sotto il titolo, divenuto banale, della verità dovuta a coloro che stanno per morire. Al proposito, il conflitto si apre fra due atteggiamenti estremi: dire la verità, senza tenere conto della capacità del morente di riceverla, per puro rispetto ad un principio che si suppone non possa tollerare alcuna eccezione; oppure mentire consapevolmente, per timore di trasformare in tortura l’agonia di un essere amato, indebolendone le forze residue che lottano contro la morte. Un atteggiamento intenzionalmente educativo consiste, in queste drammatiche circostanze, nell’individuare i comportamenti “giusti” appropriati alla singolarità dei casi, senza cadere in balìa dell’arbitrio.

Nella prospettiva di un’educazione lungo tutto l’arco della vita, la saggezza pratica a cui sono chiamati coloro che “accompagnano” il morente richiede una paradossale consapevolezza. Questa implica la responsabilità di vivere un rapporto interpersonale dove la sofferenza, che in modo proteiforme pervade i corpi, i vissuti e i contesti relazionali, non deve prevalere sulla reciprocità educativa, sull’affettuosa e sollecita vicinanza, sulla felicità dei vissuti che unisce il morente a colui che ne condivide il dolore. Il termine “felicità” può di primo acchito sorprendere eppure reputo che nella questione della verità dovuta a coloro che stanno per morire si riveli la stessa verità ovvero compiutezza (e quindi felicità) del senso dell’agire etico-educativo.

“Non c’è etica senza idea di una vita felice” ricorda P. Kemp in Èthique et Mèdècine. La felicità, considerata “come una pratica comune del dare e del ricevere fra persone libere, non entra in assoluto contrasto con la sofferenza e con l’angoscia di fronte alla morte”. Certo, in assenza di un’elaborazione etico-educativa del rapporto tra sofferenza e felicità, la preoccupazione di non “far soffrire” in alcun modo coloro che stanno per morire finisce con l’instaurare il “dovere” di mentire ai malati giunti al termine della loro vita. La responsabilità di scelte laceranti, per altro, non può essere attribuita da un mero disposto legislativo e, allo stesso tempo, atteggiamenti ispirati da una saggezza pratica non possono trasformare in regola un’eccezione alla regola. In certi casi, bisogna avere compassione per coloro che sono troppo deboli moralmente e fisicamente per intendere la verità. In certi altri bisogna saper dosare la comunicazione di questa verità: una cosa è nominare la malattia, un’altra è rivelarne il grado di gravità e le poche possibilità di sopravvivenza, un’altra scagliare la verità clinica come una condanna a morte. Ma ci sono anche situazioni, più numerose di quanto si possa credere, nelle quali comunicare la verità può favorire l’eventualità di una condivisione, in cui il dare e il ricevere si scambiano all’interno della morte “accettata”. Questa interpretazione, educativamente significativa, della “verità sulla vita che finisce” induce a riflettere sui termini ambigui del dibattito riguardante l’eutanasia.

Un secondo luogo topico, che illustra il compito etico-educativo di assumere scelte orientate in modo responsabile, è rappresentato dalla formazione all’accompagnamento nelle ultime fasi della vita. La riflessione pedagogica, proprio nella prospettiva di un’educazione lungo tutto l’arco dell’esistenza, non può sottrarsi alle questioni di senso suscitate dalle pratiche rivolte ad accompagnare i morenti. Il malato terminale costituisce un residuo biologico, la cui vita è da abbreviare quanto più è possibile, o è una persona capace fino all’ultimo di instaurare una relazione, pur nella “passività” dolorosa e agonica, e di pervenire a un compimento proprio nella terminalità estrema del morire ?

Ben deliberare riguardo al tempo dell’esistenza implica l’educazione alla ricerca del valore della persona in tutte le età della vita. I molteplici risvolti, di carattere giuridico e medico-assistenziale, psicologico e filosofico non riducono ma amplificano la risonanza delle scelte bioetico-pedagogiche.

Da una parte c’è la possibilità della negazione e del controllo, che consiste: nel proteggere a ogni costo il malato terminale dalla coscienza di una condizione che pure egli sperimenta; nell’attivare tutti mezzi atti a difendere familiari e personale sanitario dalla vicinanza della morte; nell’orientare ogni azione sensata e qualsiasi sforzo nella lotta contro il decesso, sia attraverso il tentativo di prolungare la vita con qualsiasi mezzo sia con la propensione ad accelerare la morte. Dall’altra parte si apre, invece, la possibilità della consapevolezza educativa, favorita dalla significanza dell’accompagnamento, che si attua: nel riconoscere i limiti della medicina, decidendo di astenersi o interrompere trattamenti sproporzionati; nel riconsiderare gli obiettivi terapeutici del “guarire” nella prospettiva del “prendersi cura”, orientando gli interventi all’ascolto e alla condivisone, all’espressione di sentimenti e desiderii; nel reputare la vicinanza al malato terminale un luogo dove formare alla dignità del morire, opponendosi alla tentazione di affrettare la cessazione delle attività vitali.

La riflessione pedagogica riguardante due temi emblematici della coscienza contemporanea della morte, come la verità dovuta ai malati gravi e il senso del loro accompagnamento, aiuta a comprendere la rilevanza delle implicazioni educative legate all’accanimento terapeutico e all’eutanasia. Tali implicazioni suggeriscono di considerare in un’altra prospettiva il prolungamento arbitrario della vita e la decisione di anticipare attivamente la fine, interpretandone i presupposti antropologici soggiacenti.

 
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